Ho incontrato a Tokyo una coppia di vecchi amici, che una dozzina d’anni fa avevo ribattezzato Maria e Giorgio per comodità fonetica (al secolo Haruna e Keiji), e ho finalmente rivisto anche Hinata (ribattezzata Carlotta, per seguire la tradizione) che adesso è una ragazzina di 10 anni, dotata di un fantastico sorriso e di una simpatia travolgente.
É stato bellissimo comprendere che, malgrado la distanza e il tempo, ci sia sempre un bellissimo legame profondo tra di noi, malgrado le distanze e le diversità. Passare una giornata assieme è stato naturale, piacevole, divertente, come se ci fossimo visti solo qualche giorno prima, o come se abitassimo sullo stesso ballatoio.
Mi hanno portato prima, per pranzo, a gustare un sublime esempio della tradizione Giapponese “una zuppa, tre contorni”, Ichiju-Issai, che viene datata al periodo Kamakura del Dodicesimo Secolo, con una magnifica esaltazione di semplicità e frugalità che trasforma il pranzo in una delicata e profonda cerimonia.
Il pomeriggio è stato riservato al Torneo di Sumo che si sta svolgendo qui a Tokyo per una decina di giorni: era una vita che desideravo assistere dal vivo a questo spettacolo, che si muove tra disciplina sportiva di lotta, tradizione e ritualità in un contesto realmente emozionante.
I lottatori sono delle bestie di notevoli dimensioni, e li rapporto a me che, qui in Asia, normalmente svetto di una buona spanna e mezza in altezza e di due ante in larghezza (e anche in Europa son classificato tra i “veramente grossi” comunque). La elegante ritualità con la quale si muovono sul dohyo, la gestualità nel battere le mani e bilanciare i loro pesi portando alternativamente in aria le gambe mentre sono accovacciati, e infine tutti i momenti e le tensioni che preparano, rimandano, minacciano e simulano lo scontro sono parte di una tradizione preistorica.
Tutto il contesto, dagli arbitri ai giudici, a chi costantemente ripulisce il dohyo, fino al lancio di sale per purificare il cerchio, sono dettagli che non ci si stanca di continuare a rivedere.
Poi le masse cozzano l’una contro l’altra, in una danza dove i colpi e le spinte sono rigidamente tracciati in 82 kimarite (tecniche di vittoria): pochi secondi di incredibile forza e intensità. Due inchini e la paletta dell’arbitro che assegna la vittoria. Qui è l’unico posto e l’unica volta dove ho sentito i Giapponesi urlare, presi dalla foga del tifo.
Spettacolare.
Tempo di rimettersi in moto e tornare in Europa per qualche giorno, prima di andare a traslocare nuovamente (per la settima volta in 20 anni) nel Paese dei Castelli di Sabbia, lasciando l’appartamento di Dubai, per trasferirmi ad Abu Dhabi, e poi ancora per tornare a Singapore e in Indonesia.
Stay tuned, more is coming …





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