Lo street food in Asia fa parte del continuum, e KL non fa eccezione se non nella zona centrale del Financial District, dove le bancarelle alimentate con bombole di gas hanno lasciato spazio ad asettiche food-courts dentro le mega-mall, colonizzate da brand globali.
Mentre stavo arrancando nell’umidità che precede il temporale pomeridiano, con la pelata che gocciolava abbondantemente sul telemetro offuscandolo, mi è venuta una botta di appetito: la partenza di stamani è stata un filino affrettata e ho dovuto passare sulla monumentale colazione, a favore di un caffè italianissimo.
Si, dopo il volo overnight da Dubai che mi ha appoggiato in Malaysia ieri pomeriggio, durante il quale forse ho pisolato un’ora grazie a un vicino di amaca che russava come un gorilla imbizzarrito, stanotte ho dormito 9 ore: non mi ricordo sia successo dall’hangover dopo la festa di maturità nel 1977.
Allo specchio non mi sono riconosciuto, avevo un’aria riposata. Ma ero in ritardo, cazzo.
Lo stomaco alle 15 ha ruggito che pareva l’inizio di un classico della MGM. Avevo bisogno di cibo dopo 7 ore di passeggio, chiacchierate e scatti.
Il bambino stava infilando le mani nell’intruglio ghiacciato fatto da caffellatte e cocco, che qui rifilano ai mocciosi per premiarli o meglio per sedarli: un’aria dolcemente incazzosa che mi ha divertito.
Ho chiesto a sua madre cosa vendesse: Yum Som-O mi ha risposto, insalata di pomelo, con anacardi tritati, pasta di peperoncini malesi e gamberi essiccati tritati. Un giorno il mio stomaco si appellerà alla corte dell’Aja.
Foto? ovvio, la bancarella dove ho pranzato, e il caffè di stamani …




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