La liturgia si ricompie con passaggi sequenziali: check-in, immigration, security, gate, attesa in condivisione con l’umanità, boarding. Stamane ad Abu Dhabi, e mi rendo conto che non ho collegato il cervello con il resto del corpo fino a quando il comandante ha annunciato di aver iniziato la discesa verso l’aeroporto di Doha: ho compiuto tutte le azioni necessarie solo con il sistema nervoso simpatico, come se trasferirmi da A a B sia diventato una delle funzioni basali del mio corpo.
Unico ricordo tracciato e’ quello del passeggero seduto difronte a me, vicino al Gate 57.
Armeggiava sul cellulare, seguendo le indicazioni vocali per accedere alla sua segreteria telefonica, con un volume tale da silenziare anche i ripetuti e inquinanti annunci acustici dei voli o della moltitudine di gente che non si presenta in tempo al gate. Finalmente e’ riuscito ad ascoltare il messaggio, con una voce sintetica che lo informava fosse stato lasciato la sera prima.
Una voce maschile e’ poi uscita dal telefono, mentre ormai quasi tutti quelli accanto a lui lo guardavano, ormai con qualche segno di fastidio: “You bastard, you own me money. Pay my money or I call police!”
“Gran cosa la privacy, eh?” Gli ho detto, sorridendo e squotendo la testa. Non penso mi abbia capito, e – in ogni caso – non ha colto il sarcasmo.
Come non fotografarlo ….



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