Siamo al 9° giorno della crisi-burocratica che mi vede bloccato in Qatar, e ci sono vaghe speranze che questo pomeriggio riveda il mio passaporto che finalmente domattina abbracci un velivolo che mi recapiti per qualche giorno in quel di Abu Dhabi.
Sto cominciando quasi ad apprezzare l’ostello nel quale sono e riconosco perfettamente in questo le avvisaglie della Sindrome di Stockholm (così chiamata dalla dipendenza emozionale che gli ostaggi cominciavano ad avere durante una tentata rapina alla Sveriges Kredit Bank di Stoccolma nell’Agosto del 1973): ieri ho anche azzardato un’ora in piscina durante l’intervallo di colazione e la temperatura (44° al polso) mi pareva quasi tollerabile. Cominciano a salutarmi affettuosamente non solo i dipendenti ma anche i clienti che continuano a vedermi giorno dopo giorno con una regolarità al cui confronto Gian Battista Vico e le sue spirali della storia sono un quadro di Pollock.
Sto guardando con interesse il turismo “locale” in arrivo soprattutto dall’Arabia e noto invece una sindrome da cellulare di livello quasi superiore a quella asiatica: ieri un folto gruppo faceva il bagno tenendo in mano l’apparato elettronico, con talvolta goffi tentativi di mantenerlo fuori dall’acqua e passando accuratamente a testa bassa il tempo sui social più o meno ortodossi. Una cosa da ustionarsi il coppino o addirittura da sviluppare una nuova curvatura delle vertebre cervicali dando luogo ad una mutazione genetica da homo-sapiens a homo-Andreottianus.
Ho letto sulla BBC che un attore ha deciso di abbandonare il suo iPhone e da 20 mesi non lo usa assolutamente: una sorta di tacchino freddo e-social, e nell’intervista conferma di aver recuperato una valanga di tempo “vero” a discapito di un impegno “virtuale” e spesso assolutamente irrealmente denso di “Likes” con gli alluci blu verso l’alto. Roba da pensarci un filo seriamente.
Foto? iPhone dell’ostello ….




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