“… Avevamo finito di cenare. Davanti a me il mio amico, il banchiere, grande commerciante e monopolista ragguardevole, fumava come chi non ha pensieri. La conversazione che era andata spegnendosi, giaceva ormai morta tra di noi. Cercai di rianimarla, a caso, servendomi di un’idea che mi passò per la mente. Sorridendo, mi rivolsi a lui. «Pensi: alcuni giorni fa mi hanno detto che lei un tempo è stato anarchico…».
«Non è che lo sia stato: lo sono stato e lo sono. Non sono cambiato a questo riguardo. Sono anarchico» …”
[Il Banchiere Anarchico – Fernando Pessoa. 1922]
Ho letto poco e disordinatamente Pessoa durante l’ultima quarantina di anni, ma ogni tanto mi riappare nelle sue varie forme e nei suoi infiniti eteronomi con i quali si è firmato, raccontato, descritto. Poemi, saggi sia letterari che filosofici, discussioni sull’esoterismo: la sua produzione è impressionante, considerando anche che ha scritto in Portoghese, Inglese (lingua appresa negli anni giovanili a Durban dove si era trasferito con la madre) e Francese.
Oggi, mentre giogioneggiavo tra una telefonata terminata in anticipo e l’altra che doveva ancora iniziare, mi è tornato sullo schermo uno scatto fatto nel Caffè Brasilera dove Pessoa ha passato interminabili ore di chiacchiere, discussioni, riflessioni: ecco quindi i riflessi di Pessoa (M7 con 35mm Summilux e pellicola Kodak T-Max) …



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