Domani sarò in Marocco.
La prima volta che ho visitato il paese era l’estate del 1986 (cazzo, son passati 30 anni): atterrato dopo un paio di salti e coincidenze ad Agadir per una settimana di vacanza, la prima sorpresa è stata la macchina noleggiata.
Chiesto un fuoristrada con 4 ruote motrici, ricevuto una Fiat 127 bianca a tre porte che aveva visto tempi decisamente migliori. La produzione di quell’auto era cessata nel 1983 e sostituita con la Uno, ma il veicolo al quale non mi avvicinavo nemmeno per questioni igieniche risaliva certamente alla serie della metà degli anni ’70 ed aveva un lungo trascorso prima di essermi presentata con un sorriso sornione dall’addetto all’autonoleggio.
“Amico mio, ma questo non è un fuoristrada”, avevo commentato, ricevendo in risposta “Saddiki Italiano, tu basta che non guidi sulla strada, ma sulle piste ed ecco che anche questa macchina diventa un fuori-strada“. Logica del linguaggio ineccepibile, avrebbe sostenuto Bonomi con cui nel giurassico avevo dato un esame all’università.
Nell’indecisione se prenderlo a ceffoni o chiudergli il setto nasale nella portiera ero salito a bordo e il motore, borbottando jaculatorie attraverso il carburatore, mi ha cominciato a portare verso il Grande Atlante. Il viaggio si è interrotto appena uscito dall’aeroporto: con sospetto sincronismo un poliziotto mi ha fermato e, arrivato all’altezza del mio finestrino, mi ha detto “Vous allez trop vite“.
Con una perfetta faccia da bravo ragazzo gli ho risposto (in italiano) “Grazie della segnalazione, officer, ma mi pare che tutte le viti di questo catorcio siano ancora ancorate nella loro sede” e ho mantenuto un atteggiamento totalmente agnostico nel confronto della lingua di Napoleone con la quale cercava di spillarmi i piccioli di una multa che, onestamente, non pensavo di meritare visto che la macchina non riusciva nemmeno a ingranare la terza marcia.
Uscito vittorioso dalla tenzone dialettico-francofona-sanzionatoria, ho preso la strada per Imouzzer, e il fatto che mi ricordi ancora oggi il nome di questo paesino, totalmente isolato fino agli anni ’30, la dice lunga.
I pneumatici dell’auto si sono ri-vulcanizzati dopo 30km di pista sassosa.
Il livello di calore era tale per cui avevo la tentazione di usare il riscaldamento dell’auto come pompa di calore su un fazzoletto bagnato messo davanti alle bocchette dell’aria.
Le indicazioni erano frequenti come i Segreti di Fatima.
L’unico posto di ristoro lungo la pista, dove ho potuto far benzina con una pompa a mano vista l’assenza totale di energia elettrica, vendeva degli yogurt scaduti prima dell’incoronazione di Hassan II nel 1961.
Arrivato a Imouzzer, le rocce che dovevano cambiar colore al tramonto erano coperte dalla polvere dell’ultima tempesta di sabbia, e la cascata (che una guida definiva come “spettacolare”) era un pigro rigagnolo con una torma di ragazzini a far il bagno e a chiedermi l’elemosina.
Foto? una tempesta di sabbia fuori casa, fotografata un paio di mesi fa …





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