Cazzo, Beria, sono giorni che penso a cosa dirti in questo momento, e pensavo di raccontarti la storia di U’Megu, medico e partigiano nell’entroterra ligure e della sua versione ‘Fischia il Vento‘ della canzone russa Katjuša. Volevo parlarti di qualcosa che, nel tuo personaggio che ho costruito sul blog potesse rasserenarti, almeno nel suono della mia voce.
Si, perché sono giorni che lo sappiamo io e te con quello strano legame che unisce chi hai scelto come capo-branco, e che ci guardiamo negli occhi. Sappiamo che, malgrado qualche miglioramento, non stai bene affatto. La tua vitalità, la tua emozione, la tua capacità di movimento, il tuo appetito malgrado tu sia sempre stata magrolina, il tuo istinto territoriale e la tua voglia di essere presente se ne stanno andando. Tu te ne stai andando.
Mi son trovato a guardarti camminare lentamente, al mio fianco, per un’ultima volta: i tuoi occhi chiedevano un aiuto. Mi son trovato ad accarezzarti quella testona e a grattarti tra quelle due padelle di orecchie sempre vispe. A tenerti stretta mentre la chimica ti addormentava e poi ti lasciava libera di correre nei nostri ricordi. E a parlarti, con un tono di voce caldo, per dirti “grazie” di tutto l’affetto che ci hai dato in questi dieci anni assieme.
Non ti ho mai voluto mettere un guinzaglio: oggi ti ho lasciata libera un’ultima volta, e poi mi son messo a piangere come un vitello, si come un vecchio vitello obeso e pelato.



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