Il sudore mi gocciala sugli occhi mentre sto cercando l’inquadratura nel mirino: l’orologio mi segna 39 gradi e siamo ancora nella prima parte della mattinata. L’umidità ti fa attaccare i vestiti addosso come intonaco sul muro.
Lavorano in due sulla barca 107, mentre un terzo si riposa all’ombra della 128. Uno va di scalpello e l’altro assiste diligentemente: nel senso che proprio sta a guardare il “maestro d’ascia” che, lasciatemi dire, non sta certo prendendosi alcuna fretta nel portare avanti il lavoro. Certo, il clima non aiuta, ma questa è flemma storica impiantata nel DNA a colpi di sostituzione delle eliche più importanti con dei comodi cuscini dove sdraiarsi.
“Assalham aileiku saddiki, da dove vieni?” gli chiedo. “Da Jiwani, in Pakistan al confine con l’Iran“.
Porto di pescatori a poco più di 30 chilometri dal confine, Jiwani si apre sul Golfo dell’Oman alla stessa altezza dell’opposta Sur nel territorio del Sultanato. La ricca fauna marina ha fatto sviluppare l’industria ittica, e molti dei suoi 25mila abitanti vivono dei proventi diretti o indiretti delle reti. Si stava parlando, in un’epoca vicina ma con il prezzo del greggio che era due volte e mezzo quello odierno, di esplorazioni near-shore per cercare giacimenti, ma il corrente valore economico dell’oro nero non consente di coprire gli alti costi di ricerca e l’estrazione su piattaforma. Per ora le tartarughe marine che ammontano su queste coste se ne possono stare in pace.
Foto? Un po’ di scatti di stamani, che devo prendere la mano con la nuova ragazza tedesca e il suo mirino elettronico …














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