Oggi ho parlato con il chicken tandoori che ha rappresentato il mio pasto, nell’estasi del programma di perdita peso: ho pensato che avere un rapporto più affabile con il cibo possa diminuirne l’interesse ad evitare che io sogni spaghettate e fiaschi di vino, svegliandomi con una fame porca che mi potrebbe portare al cannibalismo (non rituale ma scaloppato con un po’ di salsa bernese).
Mi sono immaginato che i tristissimi 6 pezzi di pollo (e aggiungo che io odio il pollo), di colore rossastro e insaporiti con la polvere di chili, intrattenessero con me una piacevole conversazione nell’intervallo di colazione. E non sento che questo potrebbe rappresentare una perdita della mia capacità di intendere e volere: se normalmente faccio disquisizioni anarchico filosofiche con Beria, il mio cane, non capisco perché rifiutare il dialogo con la specie avicola Gallus Gallus, anche se cotto in forno.
È solo una questione di lavorare un po’ più di fantasia e accettare che non vi rispondano puntualmente come invece riesce a fare Beria. Del resto si sa, i polli non finiscono mai l’università.
La cosa un filino particolare è stato invece il notare che due tipe sedute nel tavolo di fronte che mi guardavano prima con perplesso stupore poi con malcelato timore: ho letto chiaramente sul labiale “Oh my Gooood! He talks to his food“, “Yes, and he’s having chicken“, “Should we call security?“, “Maybe he just works too much“. Ma mezzo kilo di polli vostri non ve li potete mica fare?
Foto? Sono arrivato in albergo e, guardando il sole scendere, mi son messo al telefono (vedi la novità) con una persona di Johannesburg che non vedo da almeno 7 anni: è bello ritrovare immediatamente la freschezza e la voglia di incontrarsi. Ceniamo assieme tra una decina di giorni, in un posto che adoro, a Mandela Square …



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