Ho incontrato una bella ragazza, vestita di nero con un cane nero: aveva un ombrello fucsia (ho controllato, non si scrive con la “x”) e le ho regalato delle fotografie dentro una busta fucsia. Mi ha parlato di lei, delle sue contraddizioni, dei suoi timori, delle sue bellezze, dei suoi amori: l’ho ascoltata sorridendo alla sua genuina e naturale franchezza. Ho sorriso alla sua bellezza.
Ho incontrato un amico, con una coppola in testa e un impermeabile di pelle: gli ho detto “Sembri uscito da un Pub Irlandese negli anni settanta: adesso se ti metti anche a cantare ‘Sunday Bloody Sunday‘ ti ordino una pinta di Guinness al posto del bicchiere di Rossese e ti chiedo dov’è il centro di reclutamento dell’IRA“. Mi ha risposto “Il fruttivendolo dice che parti, e che stai via per un po’, e mi dice che vai a costruire castelli di sabbia. Quando torni io sono qui“. Ho sorriso alla sua amicizia.
Ho incontrato me stesso, con una giacca e una macchina fotografica a tracolla. Avevo anche un ombrello ma, cazzo, l’ho lasciato da qualche parte e sono rientrato a casa con sommesse bestemmie che mi ricordavano le mie dimenticanze. Ho camminato per i carruggi, mi son fermato a parlare con chi conosco e con chi non conosco, riconoscendomi inguaribile scassacoglioni con due spalle da rugbista e quindi la gente si sposta quando passo. Ho sorriso a me stesso.
Passo sotto una finestra, sento una chitarra che suona una serie di accordi che mi riportano indietro di una vita fa, a Cuba:
De Alto Cedro voy para Macané , Luego a Cueto voy para Mayarí
El cariño que te tengo, Yo no lo puedo negar. Se me sale la babita , Yo no lo puedo evitar.
Foto? Buena Genova Social Club …



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