Troppo bello tornare a girare per le bancherelle polverose di Xintiandi, anche se la ristrutturazione immobiliare che sta spazzando via il vecchio quartiere è ormai arrivata alla strada parallela e molti dei negozi che avevo visitato un paio d’anni fa sono chiusi e murati.
Qualche fila di bandiere rosse si innalza a simboleggiare una discreta e silenziosa protesta dei mercanti per ottenere un nuovo luogo di commercio non troppo distante dai fasti e lustri della via commerciale che scorre a solo un chilometro da qui con ogni brand che il consumismo possa richiedere.
Mi stupisce vedere, accanto alle statuette evocative del presidente Mao nel gesto di indicare la strada del futuro al popolo lavoratore, un motorola startac, il primo telefono cellulare che ho usato una trentina di anni fa. Il resto è “tutto”: ci sono copie al naturale (almeno, spero siano copie) delle statue dell’esercito di terracotta, ventilatori in metallo scassatissimi, giocattoli di latta, timbri e altorilievi in legno trovati in qualche vecchia casa o tempio non risparmiato dalla rivoluzione culturale.
Mi attira uno strofinaccio con Carl Marx, ma penso che la mia coscienza politica avrebbe un sussulto ogni volta che lo usassi per asciugare piatti e pentole: “uno spettro si aggira per la cucina, è lo spettro della salsa al pomodoro” mi verrebbe come citazione e sarei preso dalla irrefrenabile tentazione di andare davanti allo specchio a darmi del pirla.
Poi vedo un orologio da polso che appartiene ai duri e puri: sul quadrante un’effige del Presidente, Grande Condottiero, Formidabile Nuotatore, Luce del Popolo Lavoratore. Mao che, per battere i secondi, agita la mano in senso verticale, tanto che la prima idiozia che mi è venuta in mente è una strana interpretazione politica del vizio di Onan. Quando, alcuni minuti dopo, ho smesso di ridere ho cominciato a contrattare sul prezzo.
Foto? A spasso per Xintiandi …














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