“Êtes-vous un photographe? Avez-vous l’esprit de prendre une photo de mon ami et moi?” mi chiedono due amiche che stanno visitando la Chiesa di Santo Stefano, sopra Via XX Settembre. E dopo che ho scattato qualche immagine con il loro smartphone si lasciano riprendere. “Je parle aussi l’italien parce que je vis ici, et mon amie, elle est venue a mois trouver“, mi aggiunge con un divertente sorriso che sa di creolo e di viaggi verso i Tropici.
“Il cane ha 17 anni, ma è con me solo da 3. Il suo padrone precedente l’aveva chiamato Beethoven, ma io invece lo chiamo ‘Lucky Sette Bellezze’, perché mi sembra più appropriato al suo carattere“. Devo avere qualcosa addosso, non so se sia una sorta di emissione ormonale o radioattiva, o un’onda radio che irradio attorno a me. È incredibile che tutti si mettano a raccontarmi le loro storie, dopo solo un piccolo accenno, come se suonassi il diapason e chiunque fosse quasi costretto poi ad attaccare una sinfonia di parole per avvolgermi con i loro racconti. E tutti accettano scatti loro immagini, anche senza chiedermi perché lo faccio, ma diventano così “loro stessi” nelle foto che ne riconosco anche l’accento col quale mi parlano.
“Ma è mai stato in Congo, nella DRC intendo, a Kinshasa?“. Si, ci sono stato, come sono stato in Angola, Kenya, Mozambique, Zimbabwe e Botswana, tanto per non farmi mancare nulla nell’Africa del Sud. Mi manca la Somalia e il Sudan ma potrei anche vivere senza aver marcato anche quei territori. Africa, sofferenza, adozioni internazionali, guerre, mentre ci si aggira tra le gocce con rosolio, frutta candita, pasticche alla cannella in un negozio che supera i 150 anni di vita per un’attività prossima ai due secoli.
Foto? “Muri de mainè”, facce di marinai ….





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