Avevo trovato, quasi un anno fa, un pusher di sushi/sashimi da applauso: una botteguccia incastrata in fondo a via Giovanni da Cermenate, da non dargli assolutamente fiducia all’apparenza, nascondeva un proprietario/gestore con passione e un paio di sushi-chef che facevano il loro lavoro con igiene, perizia e tradizione.
Sia io che la Cami adoriamo questa cucina e mi sono sobbarcato un po’ di trasferte, dopo l’ordine telefonico, bestemmiando nel traffico, ma apprezzando poi la gioia del palato. Stessa cosa stasera, dopo che lo sconvolgimento non ha consentito la spesa e il cucinare: pensavo di trovare Fabio alla cassa e fare due chiacchiere su Asia e Japan.
“Nuova gestione” mi ha detto la ragazza orientale.
“Cazzo, ma avete anche cambiato i cuochi?” ho risposto, ormai al panico, rendendomi conto che non ce l’avrei fatta a raggiungere in tempo l’Esselunga, fare un minimo di spesa e cucinare un’alternativa. “Siiiiii, molto più bravi, loro da grande ristorante, molto bravi bravi“. Ho percepito l’inizio del disastro guardando solo il colorino stinto e dozzinale dell’uramaki speciale con il granchio e avocado che avevo ordinato, e le coppette di edamame che parevano quasi piattoni nostrani.
Ormai ero al punto di non ritorno, e il fatto che abbiano anche sensibilmente innalzato i prezzi è stata solo un ulteriore segnale negativo della disperazione. Arrivato a casa ho avuto la conferma: qualità in caduta verticale, poi, dopo aver passato dieci giorni a mangiare da Sushi Tei a Singapore, la disperazione è diventata nostalgia, di tante cose!
Foto? Primi di Aprile. Un ristorante ad Akusa (Tokyo), dove servono l’esclusiva specialità della zuppa di anguilla …



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