Sono uscito da casa di Carlotta dopo aver parlato di Apicio, e di Trimalcione: decisamente un colloquio improntato al gusto nell’Antica Roma per la tavola, i cibi e i vini.
Andare a ricostruire attraverso il cibo gli usi, le consuetudini, gli aspetti sociali e quanto altro può anche essere romanzato ha condotto una curiosa conversazione che si sta trasformando in una collaborazione tecnico/letteraria: inutile chiedere chi dei due si occuperà di assaggiare le pietanze.
Ho girato l’angolo e ho trovato una mescita di vini sfusi: quando si parla di un segnale di-vino. Sono entrato. Il tipo mi ha sorriso e mi ha detto “Abbiamo solo vino e olio, entrambi buoni: cosa cerchi“. Io “Vino e olio, ovvio”: il pregio della coerenza, beh?
“Hai una bottiglia?“. “No, non me ne porto più dietro da quando le riempivo di benzina e ci infilavo uno straccio dentro, ma son passati veramente tanti anni”. “Te le vendo io. Abbiamo due bianchi ….“. “No, grazie, il vino deve essere rosso”.
“Ho del vino del popolo, del Sangiovese. Ben fatto, leggero ma piacevole: te ne puoi bere un paio di bicchieri tranquillo che non avrai nessun bruciore di stomaco, ne mal di testa. È un vino semplice, senza pretese, ma fatto bene, non per tradire.”
Ovvio ne abbia comprato una bottiglia. Foto? Qualche settimana fa ho beccato la Marghe che si stava bevendo un buon bicchiere di vino con le sue amiche, per celebrare un divorzio …




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