Bene, ci siamo. Domattina (stamani per chi legge) parto e vado a trovare Maria e Giorgio, a Tokyo.
Si lo so, non si chiamano “Maria” e “Giorgio”, maΒ Haruna e Keiji, ma quando li ho incontrati qualche anno fa, nel mezzo dell’Oceano Indiano, non avevo la grana di imparare i loro nomi e quindi li ho ribattezzati, informandoli debitamente. La gentilezza giapponese ha fatto il resto e da quel momento in poi si sono uniformati alla mia convenzione nomine-linguistica di comodo.
Mi sono organizzato come un quasi-perfetto turista: prenotato l’assistenza di una guida-volontaria fornita dall’Ente per il Turismo, scaricato la Lonely Planet, prosciugato punti/miglia/buoni-pasto e affini, organizzato i treni proiettile che mi porteranno fino ad Hakone e poi a Kyoto. Caricato due corpi-macchina per scattare sia in digitale che a pellicola.
La Cami mi chiede “Ma quanto ci mettiamo?“. “Son 12 ore di volo da Londra”. Lei: “Minchia“. Le rispondo notando che l’esame di glottologia e semantica le sta permettendo di dire parolacce con un’attenzione fonetica da vera esegeta.
“Babbo, ma tu parli anche giapponese?“. “Certo, sayonara sushi arigatΓ² maki sashimi samurai banzai. Manga, nikon Yamamoto”. “Babbo, mi stai prendendo per il culo?“. “Non posso fare a meno di apprezzare anche l’acuta intuizione che ti si sta sviluppando: sarΓ grazie al corso di Storia Contemporanea?”. “Babbo, vai a cagare“.
Foto? Maria e Giorgio e il posto dove li ho incontrati, veramente in mezzo al mare ….





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