Il confronto con la Cami su glottologia, etimologia e, in generale, sulla lingua italiana si sta facendo più serrato: la guaglioncella neo-universitaria sta affinando le sue arti e insidia la mia posizione di letterato-alpha. Il caso è nato sull’uso del verbo “garrire”.
Mi sono espresso contro l’abitudine di posizionare lo stendino del bucato in modo insidioso, nella zona più buia del corridoio, con il risultato che, quando ci passo intorno alle 5 di mattina, riesco a travolgerlo con un concerto di pedalini svolazzanti, rumore di ferraglia contorta e bestemmioni sottovoce.
“Cazzo, ma non si riesce a mettere il bucato a garrire in qualche altro posto?” ho detto, immaginando figure di stendardi medioevali, gonfiati dal vento, ed emulando un cavaliere che usciva da un torneo con pezzi dello stendibiancheria che mi pendevano dal corpo.
“Le rondini garriscono, il bucato, al massimo, profuma o si asciuga” mi dice la Cami.
Si scatena una immadiata dotta disputa sul verbo intransitivo “garrire”, con la figlia che sostiene la tesi ornitologica e quindi che io abbia detto una cazzata, io invece quella delle certezze poetico-metereologiche sulle bandiere che svolazzano al vento. Mi secca ammettere che vince lei 65% a 35%: ho controllato sul divino Treccani, e ho perso ai punti questa tenzone.
Dante, Petrarca, Boccaccio, Carducci, Pellico usano “garrire” per indicare un verso stridulo di animale o persona. Solo in seconda definizione c’è “fremere rumorosamente” tipico di bandiere o vele al vento. Ho quindi garrito a Camilla di far poco la saputella e di muoversi che fa tardi per prendere il treno e diventare saccente.
Foto di oggi? Bucato steso, che garrisce (appunto) al vento …




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