Settimana scorsa, a Singapore, ho comprato l’ennesimo paio di scarpe da running: complice il mio gentile peso, ne braso a ripetizione paio dopo paio come fossero indossate da un Tyrannosaurus Rex. Ovvio (e forse avete capito quanto questo avverbio mi piaccia) abbia mediato l’acquisto di un brand che non amo, con l’ultimo ritrovato in termini di “natural feeling” (no, non sto parlando di un condom) e, soprattutto, un colore che mi faccia passare inosservato.
La Cami, che sta transitando dalla fase “teenager” alla prima “enties“, mantiene comunque sagace ironia e graffiante sarcasmo: “sono talmente oscene da essere fin belle“, mi ha detto vedendomele indossare, e, dopo essersi messa un paio di occhiali scuri (“sai, per proteggere le mie cornee“), ha aggiunto “ma adesso corri per il Andy Warroll Running Club, vero?“.
Solo il riferimento edotto al profeta della pop art industrializzata mi ha impedito di rincorrerla per casa con un battipanni in mano e mostrarle la sagacia della mia dialettica applicata al suo fondoschiena!
Benedetto e Il Pollaio in palestra hanno commentato aggrappandosi all’inquinamento in Asia, trovando nella decisa visibilità l’unica ragione plausibile per acquistare un paio di scarpe arancione acceso. Il verduraio sotto casa a Genova (originario di Agadir) mi ha salutato l’altro giorno con un “salham aileiku saddiki“, e facendo seguire al suo “Ramadam kareem” un “belle quelle scarpe, le hai prese per farti vedere da lontano nel Sahara?“.
Stamani, pascolando Beria, le ho fotografate con l’iphone e mi son reso conto che emettono luce propria …



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