Il triathlon è una disciplina sportiva che comprende tre differenti prove da affrontare in sequenza: nuoto, ciclismo e corsa. Nato nel 1902, ha poi, con vari nomi e differenti distanze e regolamenti proliferato nel periodo tra le due guerre, ma solo il 25 Settembre 1974 è stato bettezzato “Triathlon“, con la prima gara si è svolta a Mission Bay, in California.
La lunghezza della prova complessiva viene solitamente classificata in “sprint” (750 metri a nuoto, 20km di bici e 5 di corsa), “standard” o “olimpico” (1500 metri nuoto, 40 bici, 10 di corsa), “lungo” (1,9km nuoto, 90 in bici e 21 – mezza maratona – di corsa).
Poi c’è l”iron man” (l’uomo di ferro) che ti chiede di nuotare per 3,8km, pedalare per 180km e correre la distanza della maratona, 42,2km. Dimenticavo, questo viene fatto in sequenza e senza pause, non nel corso di un paio di mesi, con opportuni recuperi terapeutici a base di birra e altri stravizi.
Domenica ho stabilito una nuova distanza della disciplina, il “triathlon facocero“: 5 kilometri di passeggiata con Beria, compreso lancio del legnetto, della margherita e raccolta “deiezione”, 25km in bici, inclusa torta alla crema e more della pasticceria Pavè a Milano, e infine 3 ore di brasatura in piscina, con patetico galleggiamento a sughero e occasionali bracciate per stendere altri concorrenti. Come qualifica postuma, una prova sprint sull’etto di spaghetti alla bottarga di muggine.
In settimana chiedo il riconoscimento olimpico, fondo una federazione di cui mi nomino presidente a vita e chiedo che il simbolo di un trippone con un fiasco di chianti in mano e una bilancia sfondata venga adottato come standard internazionale, a riconoscimento imperituro di questa disciplina.
Foto di oggi? L’anno scorso ero a London per le Olimpiadi di ciclismo su pista: si, come spettatore, ovvio …









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