Domenica mattina: mi concedo un paio d’ore di libertà e poi testa bassa a lavorare. Esco e aggrappo la metro a Orchard Rd. per la prima tappa, scendere a Chinatown: destinazione il tempio induista di Sri Mariamman che, dal 1827, sorge lungo la South Bridge Road. Ci son già stato almeno altre 4 volte negli ultimi 20 anni, ma i colori delle divinità mi attraggono sempre.
Devo dire che, pur avendoci provato seriamente in due occasioni, il pantheon delle divinità Hindu mi trova sempre un filo confuso: unico che mi ricordo molto bene è Ghanesha che viene rappresentato con il corpo umano (e un paio di set di braccia) e la testa di elefante.
La ragione che mi fa ricordare questa divinità ha poco a che fare con qualche esame di storia delle religioni del mio jurassico universitario: quando lavoravo a Bangalore scudisciando un team indiano e americano, mi avevano spedito un rampante giovanotto da Chicago, desideroso di imparare l’arte e far carriera. Dopo qualche giorno dal suo arrivo, organizziamo una cena a casa di alcune delle ragazze del team, che ci volevano far assaggiare la cucina del Kerala (stato nel sud-ovest del continente indiano).
All’ingresso fa bella mostra una statua di Ghinesha con qualche fiore e un piattino con della frutta, a testimonianza della diffusa fede e della naturalezza con la quale l’induista fa convivere religione e vita comune (una volta, a Mumbai, ho visto un tempio a Shiva sopra un frigorifero): il ragazzotto americano se ne esce con una frase “Cazzo, figo questo pupazzetto kitch, è il personaggio di un cartoon?“. “That is our God, Quello è il nostro Dio” è stata la risposta della padrona di casa.
Da quel giorno chiunque si doveva aggregare al mio team subiva un esame di storia, cultura, religione e abitudini al cui confronto l’ammissione alla Normale di Pisa è roba da quiz per la patente.
Mentre mi sto avvicinando per lasciare le scarpe fuori dall’ingresso del Tempio, sento la classica musicalità di una cerimonia: trombe, tamburi e piatti. Solo che c’è qualcosa in più.
Non vorrei farmi tradire dall’orecchio ma nel suono della tromba riconosco alcune musicalità che mi ricordano gli assoli al sassofono di Ornette Coleman, uno degli dei del jazz. Si sta celebrando un matrimonio e gli sposi sono accompagnati davanti alla divinità da un corteo, aperto appunto da un paio di musicisti, uno dei quali, di sicuro, ha studiato jazz e ogni tanto si lascia impercettibilmente trascinare in un suono con qualcosa di molto più profano, nato nel sud degli Stati Uniti.
Scatto qualche immagine e poi chiedo ad uno dei fedeli se lo posso fotografare in primo piano: solo quando lo inquadro mi accorgo dei folti peli sulle orecchie, per altro ben pettinati, e a momenti la foto mi viene mossa per il riso trattenuto …











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