Mi cospargo il capo con tre palettate di cenere, mi flagello il posteriore e striscio in ginocchio fino alla prossima pizzeria: avevo torto e una pubblica ammenda è dovuta.
Stasera ho approcciato nuovamente la lavatrice di cui avevo parlato un paio di mesi fa (vedi qui La Fenomenologia del Bucato), con la morte nel cuore e con uno stendino metallico in mano per raccogliere i mortali resti di boxer eroici, camicie rigidamente americane e polo con cavallini o pecore appese.
Sono ricorso all’intuizionismo dialettico simbolico: selezione su “Ready To Use” e la seconda manopola su “Venticello + Turbina + iconografia medioevale” (non ho la minima idea di cosa cazzo significhino i simboli). Ho premuto lo “START” con la stessa sicurezza con la quale gli astronauti dell’Apollo 13 si accingevano a seguire le istruzioni del flight control (vi ricordate? “Huston, qui abbiamo un troiaio di problema e in un attimo ci si attacca tutti al tram“).
Dopo un’ora, resomi conto che non avevo selezionato certo l’opzione “bucato breve“, sono uscito a cena e a cercare un AK47 col quale giustiziare la lavatrice al ritorno.
Eureka! Ecce Homo! E=mc2! Cool! Shakira-me-la-da! Bucato lavato e perfettamente asciugato. Adesso l’unico problema (scientifico) è quello di ristabilire i parametri dell’esperimento e riottenere gli stessi risultati: banale, no?
Foto? Non ho idea di cosa possa intonarsi, ma forse quella che ho scattato dove si vede il CBD di Kuala Lumpur dopo il passaggio del monsone un mese fa … in fondo “asciutto” o quasi!



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