La scelta minimalista di viaggiare solo con bagaglio a mano per queste tre settimane in Asia-Pacific (e considerate che mi devo vestire “da lavoro“, dando un minimo di credito estetico alla rappresentazione dell’azienda che mi sussidia il pane quotidiano), richiede poi una certa abilità manuale-organizzativa nel riporre le cose nel trolley che mi trascino come appendice, moderna coda di un viaggiatore preistorico evoluto.
Al massimo ogni due giorni mi esercito in una tecnica di shatsu-gami (da シャツ “shatsu”, camicia e “kami”, poi diventato “gami”, piegare), approntato con studi di yield management (sviluppare le ipotesi di futura occupazione di mutande, calzini e amenità assortite), combattendo contro l’entalpia della valigia (la tendenza a trasformare in energia, giorno dopo giorno, tutto il contenuto con esplosivi aumenti di pressione, volume e bestemmie).
Sono ancora nella fase iniziale del viaggio, dove prevale la tecnica sulla forza bruta, e scientificamente occupo gli spazi, ottimizzando anche il singolo pedalino e comprimendolo per eliminare parte dell’aria tra le fibre e occupare meno spazio. Tempo una settimana il tutto si svilupperà in un mantra di jaculatorie, stritolando la roba alla meglio e saltellando sulla cerniera per farla chiudere.
Normalmente, tra la fine della terza e l’inizio della quarta settimana di viaggio si compie il miracolo scientifico del salto nell’iperspazio: nulla a che vedere con la divertente equazione spazio-temporale della fantasia, semplicemente compro un’altra valigia e imbarco il tutto in un container di etichette “priority“, dandomi del pirla.
Stamani sono arrivato nel Changi Airport alle 6:30, faccio una scappata a Kuala Lumpur: nella foto sotto altri business-disperati come me ….



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