Dry once a month

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Ieri è stata una giornata pesa: ho cominciato a raccontare e discutere gli argomenti per i quali mi pagano il viatico alle 7 di mattina e ho finito, alternando incontri individuali a pletore di persone, alle 22.

15 ore di buon business English e ottime bestemmie italiane.

Visto il sovraffollamento dell’ufficio del cliente, i continui spostamenti per saltare attraverso le forche caudine degli attraversamenti pedonali (notoriamente ignorati qui a Ulaanbaator), ho fatto base nell’unico coffee-shop che offre una connessione ad internet abbastanza stabile. Per occupare un tavolo mi tocca ordinare qualcosa.

Al 14esimo cappuccino ho chiesto di pagare il doppio purché non me ne portassero più: ho la nausea.

Penso di aver già condiviso nell’intimità di questo diario (19,782 visite a ieri) il fatto che, per tentare di rientrare nei pesi massimi (dai quali ho sforato, superandoli), ho eliminato la birra taumaturgica che mi permette di superare in salto triplo le avversità della giornata, e, ovviamente, anche il vino (nectar deorum).

Ieri sera, comunque, volevo una Chinggis, la birra brewed (come si traduce? “prodotta“? nah, la birra non si produce, si brewed) in Mongolia. É una lager leggera, mi ricorda quello che bevevo a Tomsk o a Novosibirsk, in Siberia, dove la birra è considerata soft drink e suggerita nel consumo per combattere l’alcolismo della vodka (sem a post, lo so).

In Mongolia il primo giorno di ogni mese è proibito offrire, consumare, vendere o mescere qualsiasi bevanda alcolica” mi si dice. “No, cazzo, è uno scherzo. Ditemi che sono su Mongol-Candid-camera e vi firmo subito la liberatoria”. “No, sorry, no alchool“.

Dico, uno rifiuta un’assegnazione in Saudi Arabia con salario che mi avrebbe permesso l’acquisto di una Leica al mese, considerando anche che la birra analcolica è piscio di cammello e la Perrier mescolata a succo di mela e menta (Saudi Champagne) fa cagare, viene qui a Ulaanbaator che, diciamolo, non è certo la destinazione più cool del pianeta, e si schianta contro questa curiosa disposizione?

Mi son sentito come Socrate quando ha ordinato un cappuccio alla cicuta e ho chiesto di sacrificare uno yak ad Esculapio (riferimento edotto).

Stamane alle 5 un collega americano non ha potuto che chiamarmi, avendo la imprescindibile necessità di parlarmi del Costa Rica. “Hey brother, I’m in Mongolia, I was fucking sleeping: do you mind if we tackle this shit when I can better connect my brain?” gli chiedo gentilmente.”Wow, is that in Europe?“. “Mate, now you put your butt on a bus, go and get in front of the National Geographic Society headquarter in DC: there is a huge obelisk in front of that: I wanna you stick it into your ass and then call me back to tell if that one is also in Europe or in your lower back”. La mia gentilezza è sempre proverbiale.

Mi son alzato e ho scattato la foto che vedete sotto, poi mi son avviato a far colazione, ma questa ve la racconto domani ….

4 responses to “Dry once a month”

  1. giuseppeb Avatar

    Ulaanbaator ha qualcosa come di suono terrificante e ancestrale!
    La foto è bellissima!
    Tieni duro amico.

    1. Maurizio Vagnozzi Avatar

      Thanks brother! Tra l’altro, qui comincia a farsi sentire il frescolino (-8 gradi), che preannuncia l’inverno vero (-40 gradi con punte sotto i -50). Sorrido pensando a come tu ti vestiresti qui, indossando direttamente uno yak vivo 🙂

  2. Sultans of Swing | La vita è bella Avatar

    […] Foto? London time, ovvio, dalle parti di Liverpool Station: e si vede anche l’interessante dettaglio della persona che sta lavorando, a destra in basso nell’immagine. Mi ha ricordato la foto che ho scattato a Ulaan Baator in Mongolia, qui il link […]

  3. Pega Avatar

    Hahahahah.
    Sei un mito 😄

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