Mi aspetta una settimana in Italia: settimana di piacevole normalità cui, per un certo verso, non riesco mai a sufficienza ad abituarmi, visto che non riesco mai a rimanere a sufficienza a casa per confermare di avere una vita normale. Tra l’altro è “settimana della responsabilità”, nel senso che ho in affido Camilla (figlia) e Beria (cane) full time. Conscio dei compiti educativi nei confronti di entrambe e animato da una formazione politica incline al permissivismo, ho subito sospeso tutte le libertà costituzionali, instaurando un vero stato di polizia in casa, sotto la minaccia di deportazioni nella Siberia Nord-Orientale (posto tosto, credetemi).
Ho il frigo in assetto da “arriva la nuova guerra nucleare”: verdure, frutta, latticini, affettati d’emergenza, pasta fresca, pesce, una bella costata e birra (scusate la commozione nello scriverlo, ma ho 2 boccie di Alter delle Tenute Collesi che attendono solo di essere giustiziate dal mio palato, con un bel bicchiere – baloon o “sniffer” – già bagnato).
Intorno alle 17:30 la catastrofe si compie: complice il fatto che per buttar giù il mio rigonfiamento di trippa stile divano ottomano ho quasi eliminato i carboidrati, ho dimenticato il pane. Non un “pane” qualsiasi, ma “IL pane” simbolo della base alimentare proletaria e rivoluzionaria. Pane non industriale ma cotto a legna, ti dura 3 o 4 giorni senza problemi e, sì, sa di pane come ce lo rcordiamo. L’Esselunga ce l’ha.
Piccola divagazione: Gentile Signor Caprotti (patron della catena Esselunga – ndr), penso che lei sia un tipo in gamba: è riuscito a creare una innovativa struttura di grande distribuzione dove qualità e una certa convenienza si combinano in modo più che accettabile. L’assortimento di prodotti mi piace (su frutta e verdura si potrebbe fare di meglio, ma capisco i problemi di supply chain) e anche alcune linee del vostro brand (la “Top” intendo) sono da togliersi il cappello. Il personale è competente e gentile. Detto tutto questo, che le sfrugugliava di scrivere quel libro del cazzo “Falce e carrello“? Capisco che uno si voglia togliere qualche sassolino dalla scarpa, ma la parte autocelebrativa iniziale poteva risparmiarsela (iniziale ‘na fava, visto che è quasi metà del lavoro) e fare polemiche contro la concorrenza COOP aiuta poco … aiuti, spintarelle, favori ci sono da entrambe le parti: meglio eliminarli completamente e fare solo gli interessi dei consumatori. Detto questo (che il suo è un libro del cazzo, mi perdoni la franchezza), continuerò a fare la spesa nei suoi punti vendita e continuerò a parlarne bene.
Torno sul seminato: mi preparo in tenuta da combattimento e mi avvio verso l’Esselunga che ho a poche centinaia di metri da casa (il primo che dice “filiera corta” lo mando a cacare). Sabato pomeriggio, Dante si deve essere ispirato a questo per descrivere i peggiori gironi dei dannati nelle terzine dell’Inferno. Estraggo il “telepass” che non so come fava si chiami: è il terminale di lettura che viene affidato ai clienti per tracciare il bar code dei prodotti in acquisto e poi scaricare il tutto alla cassa, risparmiando tempo (noi) e costo lavoro (il Caprotti) Offre anche il vantaggio della corsia preferenziale mentre sulle altre casse si accumulano code epocali. Mentre raccatto la pagnotta e fendo le folle verso la cassa, riesco ad identificare una serie di specie tipiche dell’ “homus spesantes” che meritano una relazione.
I Temibili (Nome scientifico familia pascolantes carrelloque strapieno): gruppo familiare composto dai 4 agli 8 elementi strettamente imparentati che carica sul carrello normalmente il necessario al PIL dell’intero stato del Karanataca. Si aggirano in branco per i corridoi, emettendo segnali di richiamo udibili a svariate miglia di distanza “Assunta, la lozione per i risciaqui intimi l’hai presa, eh?“, “Siiiiii, sta sotto le quattro confezioni da dodici chili di gelato alla fragola verde che era in offerta” (e ti chiedi il perchè? cazzo, mai assaggiato una fragola verde?). La prole aggregata al nocciolo duro marito-moglie normalmente si aggira toccando, spostando, assaggiando e intralciando.
La Morte Nera (Nome scientifico vecchiettas carrellusque falciatoris): signora di ragguardevole età che, distrattamente, vi falcia il tallone d’achille con suo carrello, provocandovi bagliori di dolore che vi porterebbero all’omicidio se la dolce ottuagenaria non vi dicesse “Oh, mi scusi, non l’avevo vista .. e dire che lei è bello grosso“.
IoMeLaTiro (Nome scientifico cazzone aut cazzona telefonantis deinde corsiam): animale presente tra i corridoi in entrambi i generi (maschile e femminile), normalmente con cestello (non carrello), portato come se fosse la borsetta che Jackie Kennedy aveva a Capri. Caratterizzato dal condurre vistosamente e rumorosamente una conversazione telefonica dai temi vaqui e atteggiandosi come se stesse scegliendo diamanti da 20 carati da De Beers e non la spesa all’esselunga. “Ma non ci cvedo, anche tu domani sei a Povtofino con il Vobervto, che stovia … pensavo fosse finita“. “No guavda, sono adesso in Via Del Gesù, che sai che ho la mia vosticcevia qui“. Normalmente mi avvicino e, simulando una conoscenza, declamo con un tono di voce da farmi sentire anche dall’altro capo del telefono “Huè Maria, cazzo, bello vederti qui all’Esselunga. Domani picnic con i cinghiali al Forlanini come al solito? Ma che ti è successo? ti è sceso il culone per tutte quelle paste che ti mangi?” e poi, sottovoce, “Mi scusi signora, l’avevo scambiata per un’altra persona.”
Qui mi fermo, che ho sonno: vi faccio vedere però qualche foto che ho scattato durante un bellissimo giro in New Zealand durante il 2008, cominciando proprio dai banchi di uno store. Paese spettacolare, un filino fuori mano ma da visitare assolutamente! Diamoci un tono: Acta est fabula, plaudite! (letteralmente: la commedia è terminata, applaudite)




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