Ho passato gli ultimi 3 giorni chiuso in una sala riunioni ad Abu Dhabi con fuori pioggia unita ad una tempesta di sabbia epocale (vedi link sotto che testimonia l’arrivo su Kuwait City) e ho la prospettiva allettante di bissare la stessa qualità di vita la prossima settimana da Domenica a Giovedí: rock me Mohammed! Come cigliegina sulla torta, meglio come “dattero sulla torta”, sto volando a Doha per firmare una paccata di documenti e petizioni varie: le capacità burocratiche della regione, basata su firme, timbri, controfirme, form da riempire, professional arab typers e altro sono sempre frutto di sorpresa e sconforto.
Nell’aeroporto di Abu Dhabi è in corso un’ardita ristrutturazione mirante a riportare a fasto e splendore l’originale design “primi anni 60, già che ci siamo facciamo una roba un po’ ardita ispirandoci al CDG di Parigi” (vedi foto – mossa – sotto), ma non hanno considerato il flusso di passeggeri (tanto, chi si lamenta viene tranquillamente deportato): il risultato è un caos negli spostamenti con un troiaio delle indicazioni. Per raggiungere il gate 5 sono passato attraverso il 13, il 4, il 7, il duty free, la moschea, la smoking tabiagist chernobil room (e lo dico da ex fumatore, cazzo, una roba da non respirare), il gate 19 e poi il 5.
Dopo cena a Doha, sono sempre parcheggiato nella lounge di cui scrivevo lo scorso post (stanno cominciando a chiedermi “are you a friend of Mr. Rudi?”) e sto guardando in modo abbastanza rincoglionito le immagini che scorrono su Al-Jazeera (uno strano esempio di decente giornalismo in una regione nella quale le professione viene tradotta con il termine “lacchè – Emilio Al-Berlush Fede”): mi colpisce un servizio dove il nostro Gheddafi (Khaddhafi in USA e UK, Qadhafe in Qatar) gira per Tripoli, sporgendosi dal tettuccio di una vettura esultante come se la Libya avesse vinto la finale di coppa del mondo.
Cito Ungaretti e vado al cesso.
http://www.youtube.com/watch?v=PXs8NrNXquE&feature=youtube_gdata_player



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