Back to business: l’impegno che mi ero preso di scrivere tutti i giorni è già andato a farsi fottere. Vediamo di riassumere qualche riflessione della settimana.
Sabato ho lasciato l’auto dal gommista e con impeto “carbon foot-print conscious” ho preso il 24, tram multietnico e multiculturale che dalla periferia di Ripamonti ti conduce nel cuore (pulsante? No, asfitico) della grande metropoli.
Devo dire che ho passato gran parte dell’università in tram, e i ricordi tendono ad enfatizzare gli aspetti più piacevoli e romantici rispetto ad un’oggettiva realtà: l’ambiente del 24 mi accoglie con una densità dell’aria differente rispetto all’esterno leggermente inquinato. Senso e spirito del viaggio urbano direte voi? Un beato pisello: confermata dubbia igiene.
Mi siedo vicino a ragazza lampadata con labbra a canotto, occhiali a parabrezza (manco le russe a Dubai li usano più), borsa con fibia che indica un noto stilista del peso di 35 kili (la fibia, non l’efebico stilista). Ai piedi un paio di Ugg azzurro cielo. Indossa un paio di jeans che le devono essere stati cuciti addosso e, impietosamente, fanno risaltare una passione per carboidrati e dolci, unita ad un concetto di sportività simile al bradipo. Adesso, non che io dall’alto dei miei 120 kili possa permettermi scultoree critiche, ma almeno ammetto i miei limiti e nei negozi dove offrono solo “slim” manco ci entro a fare patetici tentativi di apnea contrattiva della trippa. Mi colpiscono le unghie: quadrate come la cabina di uno Scania, penso andassero di moda nel porno californiano degli anni 60. Guardando fuori del finestrino, i graffiti indicano angoscia metropolitana: “MUSCOLO PULISCITI IL NASO” è degno di essere annoverato tra i classici della beat generation.
Domenica poi sono stato colpito da profonde riflessioni su come la natura abbia avuto qualche centinaio di milione di anni per arrivare a offrirci lo spettacolo che è il mondo di oggi, e su quanto le soluzioni trovate siano poi fonte di ispirazione nelle aree della tecnologia innovativa. Dalla pelle degli squali andiamo a disegnare costumi e rivestimenti che provocano micro-cavittazioni e diminuiscono l’attrito con l’acqua migliorando le prestazioni. Il guscio dell’uovo ha ispirato nuove tecniche costruttive dove la struttura esterna diventa auto-portante, offrendo un incremento della superficie utilizzabile e un senso di “vista a 360°” impossibile fino a qualche anno fà (vedi “Capital Gate” di Abu Dhabi). La struttura dei delfini ha suggerito il disegno di chiglie per imbarcazioni high-performance e la spirale della chiocciola esempi di ergonomia nello scarico delle forze lenticolari.
Ho voluto capitalizzare anche io qualcosa e, osservando il mio cane nell’esercizio delle sue funzioni, ho ammirato cosa l’evoluzione sia riuscita a fare. La contrazione degli arti inferiori aumenta la superficie d’appoggio, garantendo stabilità. L’inarcamento della struttura vertebrale provoca uno spostamento dei pesi e una pronte esposizione dell’area espulsiva. La coda (dimenticavo, Beria, il mio cane, è un pastore tedesco a pelo lungo) è portata in tensione totale, in linea retta a prosecuzione ideale del piano impostato dalla colonna vertebrale. Un miracolo dell’evoluzione, una selezione darwiniana, una figura yoga che consente al cane di non cagarsi sulla coda.
Inutile commentare che lo sguardo quasi umano di Beria mi comunicava “ma non hai proprio nulla di meglio da fare che guardarmi cagare in un campo?”.


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