“Hey mate, what’s your local beer?” “You should try Star“.
Mi fido del suggerimento e mi arriva la bottiglia di una lager leggera, portata al raffreddamento criogenico attraverso l’immersione nell’azoto liquido penso: i polpastrelli mi sono rimasti attaccati al bicchiere, come gli incisivi sul bordo e ho sentito i ghiaccioli che dall’esofago in poi mi si formavano fino nello stomaco.
Sono al Bungalow Restaurant a Lagos in Nigeria, seduto davanti a un tipo che ha l’ingrato compito di dover passare gran parte del suo tempo con me per le prossime 48 ore, e sfoglio un menu su tablet (le contraddizioni che adoro: mancano acqua corrente e fognature ma in qualcosa si fanno salti nel futuro) che mi propone dal sushi alla cucina internazionale al tex-mex: propendo per delle faijtas di pollo, affidandomi alla temperatura di cottura per uscire incolume da questa prima serata nell’Africa Occidentale, malgrado il pesce crudo mi si stato raccomandato più volte. La popolazione degli avventori spazia dagli americani con Stetson in testa, a perditempo locali accompagnati da vistose signorine, in un melting pot da porto-franco che sigilla una tranquillità sociale, garantita anche dal rigido controllo della security all’esterno.
Devo ammettere che l’impatto con l’aeroporto, e soprattutto con il servizio immigrativo, mi aveva quasi preparato al peggio, invece siamo in Africa, con tutto quello che questo vuol dire, ma senza gli eccessi che ho avuto modo di percepire in altri paesi.
Foto? Ovvio, la bottiglia di Star …



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