“Mogu li ya vzyat’ fotografiyu?” mi chiede la ragazza, e poi aggiunge tutta una roba in cirillico dove mi perdo in un turbinio di desinenze e radici al cui confronto l’assalto al Palazzo d’Inverno è la refezione in un asilo infantile.
Devo ricorrere al “blond dictionary” dell’amica con la quale sto bevendomi una birra siberiana, e ottengo come traduzione che sta raccogliendo una serie di fotografie per il sito del ristorante e vorrebbe immortalare la mia pelata sullo sfondo libertino-socialista di un locale moscovita.
“Dai, facciamo che ci fotografiamo mentre ci fotografiamo” le propongo: il silenzio imbarazzato accoglie un paradosso che non era stato considerato. La fantasia e la creatività dopo Wassily Kandinsky ha subito, da queste parti, una frenata da lasciare buona parte di pneumatico sull’asfalto, è chiaro. Abbandono l’inglese e la traduzione sequenziale per passare alla musicalità dell’italiano gestuale.
Le lascio la mia mail nel biglietto in bianco e nero dove il mio faccione è semi-nascosto da una Leica: mi capisce e si allontana di un paio di metri per inquadrarmi.
Altro momento dove sento una nostalgia clamorosa della signora tedesca a telemetro e del suo 50mm Summilux: la Fuji ha il pregio della portabilità ma quando si comincia a voler fare qualcosa di particolare come un tranquillo controluce mostra i suoi sereni limiti.
Foto? Accetto i limiti, imposto a 800 iso, un diaframma a f8 e poco meno di mezzo secondo di esposizione a mano libera, che qualsiasi cosa non sia immobile ha il suo destino: fortuna che il mio “specchio” era stabile ….
oggi (19/7) mi è arrivata l’immagine scattata da Alisa Donova ….




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