L’arco orario nel quale vivo e sul quale lavoro è necessariamente ampio: i miei impegni coprono una buona fetta del globo partendo dall’Australia e, muovendoci verso Ovest, attraversano il Far East e la China, scendono in Indocina e in tutto il Sub Continente Indiano, abbracciano tutti gli “-stan” (Afghan, Kaza, Kurdy, Uzbeki, Caffellatt, Biscott, Zuccher, eccetera), inglobano Russia, Turchia e tutto il Medio Oriente, includendo posti dove nonnnonnnonno-no non ci si va adesso, aggiungono l’Africa intera e, facendo un bel salto, terminano con tutta l’America Latina (Centro incluso).
C’è chi sostiene io lavori per il National Geographic, altri (le male-lingue) per qualche servizio di informazioni sovrano o appaltato: per me è solo una divertente e variopinta miniera nella quale entro presto la mattina, ultimamente con secchiello e paletta in mano, per uscirne la sera stranamente anche quasi sempre di buon umore. Fare qualcosa che piace devo dire che è abbastanza cruciale nella mia vita, e avere la caparbietà di sceglierselo costa qualche sacrificio ma paga in termini di serenità.
Vivo in un contesto di comunicazioni e relazioni che sono per il 80% virtuali: nel senso che incontro fisicamente solo il 20% delle persone con cui parlo, con una strana e talvolta illogica radice di alternanza e frequenza per cui posso passare mesi in cui discuto solo via videoconference con un collega, un consulente o un cliente, e poi magari ci passo settimane di intense riunioni assieme. Talvolta questo richiede uno sforzo di astrazione o una concentrazione non comune, sicuramente un’abitudine che arriva solo con l’allenamento.
Talvolta perdo la trebisoinda e la mia bussola interna comincia a entrare in una tempesta magnetica. Stasera è successo e con serenità mi sono scoperto a parlare con me stesso dopo aver agganciato alle 21:30 l’ultimo ricevitore della giornata (che poi ho scoperto sarebbe stato il quartultimo, cazzo): vi trascrivo qualche pezzo del mio dialogo in buona compagnia di me stesso.
Mau (α) “Cazzo, non ho voglia di rantolare a casa e fare la just-in-ultra-time spesa: fermiamoci qui nella mall a mangiar qualcosa che oggi dopo il breakfast non s’è visto nulla se non tre purple mangostine mature (frutto tipico dell’Asia centrale)”
Mau (β) “Si, così non solo ti fotti completamente l’equilibrio dietetico ma anche dimentichi l’idea di nuotare per una mezz’ora prima di andare a dormire. Ti ricordo che stamani hai anche bigiato l’allenamento.”
“Pietà, cazzo: domani si ricomincia ma stasera ho voglia di zero sbattimento e mettere qualcosa sotto i denti. C’è quel chicken tandoori-masala che cucinano nel food court, una goccia di limone sopra e una doppia dose di cipolla, il naam bread e quel dolce con latte di soia, tofu e cardamomo con i pistacchi che è divino”.
“Si, magari la servissero ti berresti anche una bottiglia grande di Kingfisher, la birra indiana secca e pulita che riesce a far scendere le spezie e preparare labbra, palato e gola per un nuovo shock degustativo?”
“Non crocifiggermi: hanno già dato con un Nazareno un paio di migliaia di anni fa e il business dei rosari ha superato nei secoli l’interesse per l’OPA sulla Pirelli: un po’ di sbrago ci vuole ogni tanto”.
“Sono 55 anni, 10 mesi e 29 giorni che ti sbraghi. Mmmm, affollato il posto: fa sembrare la Fortezza del Deserto dei Tartari una finale di Coppa Sudamericana“.
“Beh, si mi pare di essere unico cliente della Mall, e di sicuro sono l’unico nel food court: prendiamola positivamente, ci sono 784 sedie dove mi posso sedere, vuoi che ci facciamo una partita a logica sull’assioma di scelta?”
“Mau (α), vai a cagare”
“Mau (β), vai a cagare”
Foto? Venerdì sarò a Singapore e sabato pomeriggio vado a Burgis, a fotografare chi compra cosa nel mercato della paccottiglia più pulita di tutta l’Asia: stasera solo un esercizio su come la stessa cosa possa assumere tre aspetti, contesti e interpretazioni differenti. Una cosa semplice come guardare fuori della finestra di dove ero seduto …





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