Il mio concetto di volo “breve” si estende fino a quelli della durata di 6 ore: tendo a considerarli delle “brevi passeggiate” nelle quali, alla fine, il tempo necessario all’arrivare in aeroporto, passare i controlli di sicurezza e imbarcarsi possono sovrastare la durata complessiva dello spostamento in aria.
Stanotte ho fatto un volo breve, e sarebbe anche stato moderatamente riposante se non fosse stato per un passeggero iper-cinetico che avevo a fianco che ha marcato male fino alla prima ora di volo, alzandosi 6 volte: poi abbiamo chiarito il mio diritto di non farmi scassare le palle dalle sue ansie di controllare il bagaglio, di andare in bagno, di tornare in bagno, di ricontrollare il bagaglio e di fare quel cazzo che voleva. Pacificato, non si è più alzato manco quando, dopo l’atterraggio, eravamo al gate.
Alle 6:15 di stamani ho fatto la trasformazione alla “Clark Kent al contrario“, uscendo da jeans, polo stropicciata e birkenstock per entrare in un compassato completo blu scuro con camicia azzurrina e cravatta rossa con tigri, elefanti e cacciatori disegnati (c’è un limite alla serietà): sono entrato in bagno da disgraziato backpacker per uscirne da semiserio executive. Continuo a non capire perché la gente mi prenda più seriamente se sono impingiunato, ma ho smesso di chiedermelo e mi adeguo alle convenzioni internazionali che richiedono il vestito da bravo ragazzo e le scarpe inglesi per svolgere il lavoro che mi paga pagnotta, vizi e stravizi.
In ufficio il personale delle pulizie ormai non si stupisce più, raccattano un caffè e me lo portano con il “goodmorning boss” di default: sono tornato a giocare con secchiello e paletta, dopo una boccata d’aria, un bicchiere di Sangiovese, un abbraccio agli amici, un sorriso alla Camillona, un’arruffata al pelo di Beria.
Foto? Tentazione di selfie sull’alba dell’Emirato, con una Sheik Zaied road già bella intasata dei commuter che guidano verso Jebel Ali e Abu Dhabi (cosa che io farò stasera, cazzo) …



Leave a comment