Beria mi guarda e capisce che non ci si può opporre all’inevitabile: si fa anche prendere da un moderato entusiasmo e abbandonando il tappeto ondeggia lentamente la coda come previsto dal manuale sotto il capitolo “2.4 Cane felice per passeggiata con il padrone”, ma in cuore e pelo suo se ne starebbe a dormire ancora un’ora buona.
Sono le 6 di mattina, sono a Genova.
Scendiamo al porto in una Domenica che mi fa risuonare in testa le note di “Bella Notte” di Ludovico Einaudi: incontriamo un mondo che ci avvolge ancora nel torpore del sonno, con l’umidità della notte che spinge la città ad un risveglio lento. In testa a Ponte Spinola ci fermiamo all’Isola delle Chiatte: i frangivento sono filtri delle luci del porto e dei bacini di carenaggio.
Risalgo per i carruggi, mentre l’azzurro dell’alba comincia a segnare il contorno delle case in alto, prima del cielo.
La fornaia di Canneto mi sorride (provocherebbe il suicidio di un intero reparto di ortodonzia, ma non roviniamo il mood del post, dai), “Ma che bel cane!“. Ha della focaccia ancora calda e croccante: le chiedo “un angolo”, il pezzo che preferisco.
“Se le offri un grissino te la fai amica” le rispondo, interpretando il pensiero di Beria che ha scelto, per etica canina, di comunicare solo con me: leggo negli occhi la sua gratitudine, “хорошо сделано, Маu” (“khorosho sdelano, Mau“, ‘ben fatto‘, che quando è contenta ogni tanto mi risponde in Russo). Mi sussurra con le orecchie dritte e la lingua che si prepara ad assaporare il cibo “anche due grissini, grazie, dopo questa sgambata mattutina cazzo!“.
Foto? Stamani …






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