L’altro giorno ero in metro a Milano. Giornata festiva, o grappolo di giornate festive: questo ha favorito lo scatenarsi di abbigliamenti nei quali ognuno decide di esprimere il rito della propria individualità. Nessuna critica, ognuno è veramente libero di vestirsi come pare, solo forse qualche sorriso per i look più fantasiosamente disastrosi.
La scarpa passa dallo stiletto nero lucido montato su delle gambe che forse avrebbero bisogno più di me di un’attenta cura dimagrante, visto il trabordamento dal limite della tomaia simile a un muffin a lievitazione accelerata, alla presenza di informi sneakers disegnate sulla base dei rapper dei ghetti americani, ma senza alcuna attitudine canora e sociale.
Salendo il pantalone rappresenta una siringa per dolci all’interno della quale saltare da almeno due piani d’altezza, altrimenti nessuna forza di spinta/trazione permetterebbe l’ingresso degli arti inferiori: attillati, semi attillati, chiusi sulle caviglie, stretti sulle gonadi e rigidamente con una vita che definire “bassa” sarebbe insultare l’aggettivo. Un centimetro scarso dal cavallo alla cintura. Ovvio la parte superiore sia utilizzata come pubblicità di brand di biancheria intima più o meno famosi e reali: Amaro&Gobbana, Armir Jeans, Benzina (che Diesel è troppo banale), Italo Calvino (che il Calvin Klein mica va in bancherella).
La parte superiore? beh, prima cosa che noto è che dalla muscle-canotta al parka artico, la democrazia della temperatura corporea sfora nell’anarchia: uno accanto all’altro/a chi indossa quatto maglioni e cappotto, chi invece una striminzita e francobolla t-shirt con reggiseno in pizzo-plexiglas con supporti “rocket-up” che il push-up non basta.
La vita è bella, nella sua varietà …



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