Prima tappa di un rimbalzo bi-settimanale: atterro a London e ci rimango un paio d’ore, il tempo a terra ti fa rimpiangere il diluvio universale come una giornata soleggiata.
Un’amica mi dice ci siano anche una serie di scioperi dei trasporti, che qui non usano l’arma dell’annuncio da parte di qualche sigletta corporativa (dire “sindacale” offenderebbe la tradizione del sindacato vero), che, con 3 iscritti, provoca poi un’effetto disagio perenne e un’immagine dell’Italia in continuo disordine istituzionale: qui le poche volte che si astengono da lavoro, cazzo, lo fanno seriamente e sul serio. Il centro città deve essere un ordinato e tranquillo caos epocale.
Si perché il mio rispetto nei confronti della civiltà anglosassone comincia dai basilari sensi di educazione che li animano, fusi nel loro DNA: ad esempio non saltano le code, ma si mettono ordinatamente in fila ad attendere il loro turno. A dicembre invece, preso da sindrome di giustizia, ho agguantato un nostro autoctono italiota che, fingendo un’importante conversazione telefonica, saltava tutta la coda del taxi a Linate. Dopo che educatamente gli ho fatto segno che la coda cominciava 150 metri più indietro, al suo atteggiamento sbruffone gli ho preso il telefono e guardandolo negli occhi gli ho chiesto educatamente di rispettare la fila. Si è messo, buono-buono, in fondo alla coda.
La Cami sostiene che nel mio DNA invece si celi un mix tra un membro delle SAS, un freddo assassino e un lottatore di sumo: molto raramente la gente si mette a discutere con me, ma io sostengo sia solo perché ho (quasi) sempre ragione.
Foto? Sopra la Francia ….



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