Ho sfidato la sorte, ho indossato la polo blu (capo d’abbigliamento sul quale ho fondato una religione, leggi “XXXXXL“) e vincendo il ricordo di una passata esperienza negativa (oggi ho una mania didascalica: mi riferisco al post “Eccessiva Confidenza“), sono andato nel Din Tai Fung più vicino (vedi il post “Din Tai Fung“), ho imbracciato le bacchette e mi sono ordinato 10 ravioli al vapore ripieni di maiale, e 10 con invece chili-crab. Adoro la cucina asiatica (forse “adoro la cucina” in generale, e basta), ma i dumplings che mangio a Singapore sono un qualcosa di divino.
Come al solito mi stupisce l’affollamento delle food-court che occupano piani interi delle mall: pare sia il giorno del “cazzo si mangia a ufo“, piuttosto che “domani è la fine del mondo, approfittate e abbuffatevi come dei facoceri all’ingrasso, tanto poi chissenefotte di obesità e colesterolo“: dire che la cultura del “mi faccio da mangiare a casa” è molto diffusa sarebbe come sostenere che un tacchino alla fine di Novembre è contento come una pasqua (apprezzate la sottile ironia, e giustificatela con le 13 ore di volo che mi son sciroppato).
Poi, affollamento a parte, ci sono alcune cose che proprio non mi vanno giù, come quello spesso di mangiare seduto svariati piani sotto terra: forse sarà un filo di claustrofobia, ma sedermi a tavola, non vedere alcuna finestra ne luce naturale, e sapere di essere al B3 o al B5 (basement-3/5, il terzo o il quinto piano sotto il livello stradale) ma fa sentire un ratto, o meglio, un grosso ratto pelato.
Ho sfidato la sorte con gesti complessi e atletici delle bacchette e del cucchiaio in ceramica: nessuna macchia sulla polo, un miracolo! Un paio di immagini scattate questa sera …




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