Pochi giorni prima di Natale, nel 2004, stavo lavorando in India, a Bangalore: una chiacchierata e due battute stamani con l’amico Ryu mi hanno fatto ricordare quei momenti e la povertà che mi sfiorava mentre stavo collaborando a costruire un impero economico basato sui Service Centers, sui Business Process Outsourcing, sui Global Delivery Network e altre amenità che hanno investito di innovazione l’economia Indiana da una quindicina d’anni a questa parte.
Ricordo il traffico, dove ogni cosa a due, tre, quattro o mille ruote o zampe ha la sua particolare e peculiare interpretazione delle regole del movimento, generando un continuum dove gli esperti della teoria del caos hanno orgasmi di gioia.
Ricordo i ragazzini pagati qualche rupia al giorno per tirare agli avvoltoi con le fionde e non farli posare sui palazzi: se non avete mai visto il guano di un avvoltoio non potete capire perché sia meglio evitare di trovarselo sul davanzale. E le finestre della camera d’albergo chiuse per le scimmie che ti entrano e ti fanno un gran casino.
Ricordo la birra Kingfisher, con le etichette semistrappate perché non vengono sostituite a ogni riutilizzo della bottiglia, ricordo la scoperta della cucina vegetariana e vegana che mi faceva stare benissimo, mangiando anche in strada, mentre i miei colleghi americani che si ostinavano verso la steak passavano buona parte della settimana “sick like a dog“.
Ricordo gli odori che ti entrano nel cervello e l’aeroporto dove si veniva chiamati dal parcheggio antistante, visto che non c’erano gates e gli imbarchi venivano organizzati uno alla volta, come una nave sull’unico molo disponibile.
Ricordo gli occhi della povertà ….



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