Lungo la strada per Kyaikto ci fermiamo a far rifornimento: accanto alla pompa di benzia ci sono una decina di tea-shop (che chiamarli coffee-shop non funziona) con lo stesso menu e che vendono le stesse cose. Adocchio un barattolo di vetro riempito di strani oggetti cilindrici: sono sigari birmani, chiamati Cheroots.
I cheroots sono estremamente comuni in Burma e in India (entrambi gli stati producono tabacco nelle zone montuose del nord), e durante i tempi dell’impero britannico, diventarono apprezzati dalle truppe coloniali per la freschezza, il gusto light e il fatto che il loro costo fosse totalmente irrisorio.
Rudyard Kipling (si, quello di Jungle Book) nel 1892 scrive nel suo “On The Road To Mandalay”:
‘Er petticoat was yaller an’ ‘er little cap was green,
An’ ‘er name was Supi-yaw-lat — jes’ the same as Theebaw’s Queen,
An’ I seed her first a-smokin’ of a whackin’ white cheroot,
An’ a-wastin’ Christian kisses on an ‘eathen idol’s foot:
Per un attimo ho vacillato: sono forse piรน di 5 anni che non fumo, grazie a un viaggio nel nord della Malaysia dove mi ero dimenticato a casa la scorta di fidi sigari toscani. L’animo tentatore mi ha anche portato a pensare che avrei potuto giustificare qualche boccata appellandomi allo spirito dello sperimentalismo da vero viaggiatore in sintonia con la cultura e le abitudini locali.
Poi mi son ricordato che anche la volta scorsa era andata cosรฌ: dopo 10 anni che non toccavo tabacco, nel corso di un matrimonio mi hanno offerto un sigaro. Qualche settimana dopo mi stavo “concedendo” un paio di sigari la settimana, “tanto interrompo quando voglio“. Un paio di mesi dopo non mi muovevo se non avevo almeno due confezioni di toscani in tasca e me ne accendevo il primo la mattina alle 8 e mezza, tra gli sguardi estasiati dei tossici che mi chiamavano “maestro“.
Piรน che un campanello d’allarme รจ stata una immensa campana tibetana che ha suonato: quando Tremal-Naik (la mia guida, ribattezzata con un filo di nostalgia per i libri di Salgari, che l’intelligenza e la passione di mio padre ma ha fatto gustare da piccolo) mi ha chiesto se volevo visitare la fabbrica di confezionamento dei sigari cheroot ho subito accettato per distogliere l’attenzione.
Trovarla รจ impossibile se qualcuno non vi ci porta: il numero di stradine secondarie, cortili, pozze, fiumiciattoli che abbiamo attraversato รจ impressionante e onestamente non me la sono sentita di attivare il satellitare solo per fare il punto e ritrovare il posto nel caso volessi acquistarne una partita se mai dovessi ripensarci e ricominciare ad aspirare fumo.
Duecento donne, vecchie, giovani, bambine. Uno stanzone a due piani, sedute in terra.
Davanti a ciascuna delle foglie di tabacco, di filtri colorati, un pezzo di lamiera da usare come coltello. Le loro mani, abili, arrotolano, tagliano, piegano le foglie di tabacco. Ognuna di loro arrotola duemila cheroot ogni giorno, sette giorni la settimana, per una dozzina di ore al giorno, in un silenzio dove sentivo il rumore dell’otturatore della macchina fotografica come se fosse stato una saracinesca che si stava alzando e abbassando …







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