Shine you, crazy diamond

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Entrare, varcare la soglia che dalle pietre del selciato esterno ti porta alla graniglia di marmo del pavimento è stato fare un salto nell’essere fuori dal tempo: non esiste una pianificazione universale, ma talvolta nulla succede per caso. Sento una musica che conosco. “Remember when you were young, you shone like the sun” e la chitarra di Gilmour sono l’ouverture di un viaggio multidimensionale e multisensoriale stasera.

Shine on you crazy diamond. Now there’s a look in your eyes, like black holes in the sky. Shine on you crazy diamond. You were caught on the cross fire of childhood and stardom, Blown on the steel breeze. Come on you target for faraway laughter, come on you stranger, You legend, you martyr, and shine!

Ciao. Cosa mangi?” “Trenette al pesto con i fagiolini e le patate, e mettici un po’ di formaggio sopra”. Semplice, essenziale, solo sei tavoli, nessuna prenotazione se non la coda fuori quando c’è troppa voglia di star bene. La fantastica democrazia del dove non esiste il “tuo tavolo” ma il posto a tavola dove ti siedi e dove sei vicino a un altro.

You reached for the secret too soon, you cried for the moon. Shine on you crazy diamond. Treatened by shadows at night, and exposed in the light. Shine on you crazy diamond. Well you wore out your welcome with random precision, Rode on the steel breeze. Come on you raver, you seer of visions, come on you painter, You piper, you prisoner, and shine!

Un bicchiere di rosso?” “Anche si”. Non c’è fretta, il tempo, lo spazio, il numero non conta: tutto soggetto e relazione. Un’altra dimensione. La stessa che provo quando vado da Ryu a parlare di foto, di obiettivi, di etica e di sogni, ma qui è quasi completamente un altro universo. “Stiamo friggendo le alici, le vuoi?“. Il piatto è semplice, vero, con un pomodoro affettato con un po’ di origano sopra e un limone a fianco.

Nobody knows where you are, how near or how far. Shine on you crazy diamond. Pile on many more layers and i’ll be joining you there. Shine on you crazy diamond. And we’ll bask in the shadow of yesterday’s triumph, And sail on the steel breeze. Come on you boy child, you winner and loser, Come on you miner for truth and delusion, and shine!

Le piastrelle del banco ricordano il Portogallo, il legno degli scaffali la Syria, i vetri un’antica fornace Toscana, i quadri alle pareti passano da disegni psichedelici oppiacei dell’inizio del secolo alla foto degli All Blacks, con tutti gli autografi. Entrano persone, si siedono amici, si alzano ricordi. La ragazza, silenziosa, una treccia rasta le avvolge i capelli, si muove come sospesa e passa tra i tavoli senza spostare l’aria.

Scatto qualche foto senza nemmeno alzarmi, nessuno mi chiede perché lo faccia: c’è la sensazione di appartenere ad una setta iniziatica, e nella tranquillità della serata Maurizio (l’omonimia talvolta è una garanzia) prende un bicchiere e mi si siede a fianco. Conosce tutti i suoi clienti: si accende un toscano e io lo guardo con un’invidia che lascia quasi lo spazio alla tentazione, ma mi limito a sentirne il profumo.

Le due donne del tavolo accanto parlano, la coppia che è seduta poco oltre si alza. Una ragazza ha il suo uomo che le versa del vino. Nulla turba una bella serata ….

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