“Salta come una libellula di 120 kili e pungi come un facocero“: questo potrebbe essere stato il mio mantra mattutino mentre ansimavo sul ring per la lezione di boxe, stamattina alle 7:30, e l’umore era tale che avrei preso a cazzotti anche dio.
Si, ho ricominciato recentemente gli allenamenti nella nobile arte e devo dire che continuo a scoprirne intelligenza, tecnica, divertimento e complessità: avevo interrotto l’anno scorso quando, con un destro nel quale avevo mal calcolato la distanza, avevo fatto volare per tutta la diagonale del ring il mio compagno di allenamento che da quel giorno si è dato alla collezione di farfalle e alla composizione di poesie giapponesi, non dopo aver chiesto dove fossero i rottami del treno che l’aveva investito.
La mia trainer è Francesca, una ragazza che picchia sodo con qualsiasi parte del suo corpo, arrivando a darti anche delle sventole col lobo dell’orecchio destro, e con un fiato per cui, quando io sono attaccato alla bombola dell’ossigeno, lei continua a girarmi intorno saltellante e tignosa con un paio di tubi di gommapiuma, dandomi il ritmo “schiva, alza la guardia, diretto, destro, sinistro, alza la guardia, 1-2-1, gira, ruota le spalle, diretto, distanza, 1-2-1, schiva” che sembra un rapper koreano.
Prego un grappolo di divinità nelle quali comunque non credo di non colpirla mai per errore: mi troverei la sua faccia sul guantone tipo zanzara sul parabrezza d’estate. Lei continua a dire che sono lentissimo, distante e che non corre rischi: le sto facendo controfirmare una dichiarazione di scarico di responsabilità per i posteri.
L’umore è tumefatto, credetemi! Foto di oggi? Ovvio che non c’entri nulla, è scattata 5 anni fa quando con la Cami facevamo danni ad Auckland, in New Zealand …



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