2:45am, 3:15am, 3:45am. Sto tornando, a frazioni di 15/30 minuti la volta, a svegliarmi in un contesto orario europeo: decisamente il mio essere mattiniero, unito alle 3 settimane in Far East, sta rendendomi un tipo con orari da vampiro.
In queste “mattine” Beria mi guarda con un aria soporifera e, agitando solo distrattamente la coda per due o tre colpi quando le passo davanti, scuote poi la testa e si rimette a dormire sul bukkara del salotto, sperando di essere ignorata che una passeggiata fuori alle 3 di notte se la evita volentieri.
Da quando sono tornato ho avuto il modo di leggere 3 libri, di riascoltare una serie di classici del rock degli anni ’70, e di sorprendermi poi a russare in una conference call alle 19, visto che per me era ormai notte fonda.
“Oh… Er… Me flakes… Scrambled eggs, bacon, sausages, tomatoes, toast, coffee… Marmalade, I like marmalade… Yes, porridge is nice, any cereal… I like all cereals… Oh, God“. No, non sto sragionando. È “Alan’s Psychedelic Breakfast“, ultimo brano della seconda facciata (si ragionava ancora a vinile) dell’album Atom Hearth Mother (quello con la mucca nella copertina), pubblicato dai Pink Floyd nel 1970, dove Alan Style (un roadie che appare anche nella cover di Ummagumma) si prepara la colazione.
Lo so, l’uso di tre parentesi nella stessa frase (vedi sopra) è proibita dalla grammatica italiana, dall’Accademia dell Crusca, dalla Convenzione di Vienna e dal Regolamento di Condominio ma lasciatemi qualche licenza poetica.
13 minuti strumentali, divisi in 3 parti “Rise and Shine“, “Sunny Side Up” e “Morning Glory” dove Nick, David, Roger e Richard ci offrono la loro musica mentre si sentono i rumori di un breakfast (cereali, bacon che sfrigola, un fornello che viene acceso). Io adesso (4:30) mi sto aggiungendo alle sonorità, partecipando al brano con cheese cake, bicchiere di latte e rumore di trippa (nel senso “panza del facocero”) grattata.
Qualche settimana fa ho girato per Milano con la M7 e una pellicola Kodak Ektar 100 …








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