Sveglia alle 4, che sto portando a tappe forzose l’adattamento al fuso locale: dopo aver sforbiciato le mail della notte vado, felice come un tacchino al Thanksgiving, a mortificare il corpo nel gym al 55esimo piano.
Alcuni mi hanno fatto notare che secondo la moderna biologia veterinaria, i tacchini non hanno una massa celebrale sufficiente a provare emozioni come la felicità, lo sconforto, l’ira o l’amore. La mia risposta galileiana è che “gli alcuni” si facciano riempire il culo di castagne, mettere in forno per un paio d’ore, affettare con delle patate dolci di contorno e consumare (nel senso alimentare, non biblico) dinanzi ad una slavina di commercial americani: vedi che se non ti girano i coglioni.
L’esperienza a me invece non insegna che l’assenza di sonno, un paio di mug di caffè e un patetico tentativo di un’ora di attività aerobica, porta la mia frequenza cardiaca alla soglia della fibrillazione (si fa per dire, visto che a riposo ho il cuore che batte ogni dimissione di Papa, quando ci do dentro supero di poco i 140) e il frequenzimetro pigola come un game-boy prossimo al record.
Sulla strada del ritorno in camera ho incontrato una giovane e avvenente Yankee che stava vagando alla ricerca della palestra, in effetti non facilissima da raggiungere in questa struttura di torri collegate solo dalla lobby o dallo skybridge (con infinity pool) al 57esimo piano. Al posto di offrirmi di accompagnarla e riallenarmi con lei, come avrei fatto una trentina di anni fa, ho brofochiato istruzioni annaspando come un facocero con un uovo di struzzo in gola.

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