Un film, un mito. La macchina da presa passa dall’inquadrare praterie dove alcuni cavalli corrono liberi allo scheletro di un ponte in acciaio, indugiando sulle nuvole e sui fili elettrici. La musica cambia radicalmente a sottolineare una frattura totale.
(Yeah)/(Sing a song, brother)/If the sun refused to shine, I don’t mind, I don’t mind. (Yeah)/If the mountains fell in the sea, Let it be, it ain’t me. Got my own world to live through And I ain’t gonna copy you.
Una chitarra elettrica, un’ “acid-fueled blues” che ci incanta con l’immortalità del suo riff graffiante e distorto. Passano le immagini di una tranquilla cittadina americana, con le bandiere esposte ai negozi e poi, man mano indugia verso sobborghi sempre più poveri fino alle periferie della emarginazione sociale.
Now, if 6 turned up to be 9, I don’t mind, I don’t mind. If all the hippies cut off their hair, I don’t care, I don’t care. Did, ‘cos I got my own world to live through And I ain’t gonna copy you.
Le note continuano a girare simili a lunghi artigli che ti affondano nella pelle facendoti sanguinare.
Il film è Easy Rider, del 1966, scritto da Peter Fonda, Dennis Hopper e Terry Southern. La canzone è di Jimi Hendrix, che oggi compirebbe 70 anni. È invece morto a 27 anni, nel 1970, lasciandoci la leggenda della sua musica.
Foto per oggi? Girovagavo in un weekend per San Francisco nel 2009 e sono andato a cercare le radici italiane nei quartieri a più forte connotazione, ma poi mi son perso nella celebrazione del Capodanno Chinese, ma questa è un’altra, lunga storia …














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