Hey hey, my my

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Sto tagliando in volo una bella fetta della China sud-orientale e il tempo non è clemente, anzi il vecchio 767 della Shanghai Airways viene sbattacchiato con violenza tanto che anche l’equipaggio è costretto a rimanere seduto e annodato alle cinture di sicurezza.

Sulla mappa che mi mostra il percorso scorrono nomi di città completamente sconosciute ma penso molto sia anche dovuto alla traslitterazione fonetica che, mi dicono, non renda giustizia. Poi quando la lingua si modifica sugli ideogrammi chinesi sono completamente perso.

“Rice with chicken or rice with seafood?”. “I pass, thanks”. “Rice chicken or rice seafood?”. “Thanks but I’m not having any meal”. Sorride, prende un contenitore a caso, lo mette sul vassoio e me lo piazza davanti, aspettando che comunque io estragga il tavolino dalla poltrona. Ho afferrato che sto tornando in China e le mie difficoltà linguistico comunicative stanno prepotentemente affiorando nuovamente.

La China ha una fame vorace di materie prime e di energia: il suo sistema produttivo destina beni sia al mercato interno (oltre un miliardo di consumatori) che all’esportazione planetaria, entrando a gamba tesa sui mercati con prezzi frutto di salari controllati ma anche di volumi produttivi siderali.

Il prezzo sociale si misura in quisquiglie quali l’assenza di democrazia, di libera stampa, la stroncatura della dissidenza e altre fruguglie come l’estensivo ricorso alla pena capitale nell’applicazione della legge.

“Can I please have a beer?”.”Whit ice?”. Criminale. Birra col ghiaccio, come chiedere una Pepsi tiepida: già di per sé è un soft-drink imbevibile, se poi te la fai scaldare tipo cappuccino deve essere una cosa per la quale anche reni e vescica si mettono a fare lo sciopero della sete.

Incontro spesso in Africa e in Centro-America i rappresentanti dei colossi Chinesi che, facendo pochissime domande e accontentandosi anche di non volere alcuna risposta, si assicurano volumi ad esaurimento di risorse per contratti millenari. Qui sono invece contento di lavorare per un’azienda che le domande le fà e vuole delle risposte, e poi chiede che queste risposte siano abbastanza coerenti con un’etica e una responsabilità sociale comune.

Sono meno contento di essere troppo spesso io quello che queste domende le fa, guardando in faccia il mio interlocutore e non da un fantastico e asettico ufficio che si affaccia sul Tamigi, sulla baia di Singapore o sul Waterfront di Capetown, ma nel paese dell’interlocutore dove tutti gli amici mi chiedono “ma che cazzo ci vai a fare, a vendere armi o scorie nucleari?”.

La birra Tsingtao, con fantasia, potrebbe essere associata all’orina fermentata di yak tibetano: e dico “con fantasia” perchè l’orina di yak non l’ho mai assaggiata e non rientra nei miei piani colmare questa lacuna gustativa.

La responsabiltà sociale rischia troppo spesso di essere accantonata a fronte dei nostri desideri di riscaldamento, di mobilità, di beni e servizi di cui riteniamo avere cieco diritto. Ogni tanto pensiamoci.

“Hey hey, my my, rock’n roll can never die, it’s more than the picture that aches the eyes”, la graffiante Gibson Les Paul suonata da Neil Young mi riempie le orecchie, concretizzandosi in testa ad un volume da oblio. Time to get back home, folks!

Foto di oggi: sono arrivato in albergo a Shanghai e ho una camera con una vista spettacolare su 3 lati. Sul vetro “DO NOT COMPROMISE YOURSELF. YOU ARE ALL YOU’VE GOT”. Verissima

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2 responses to “Hey hey, my my”

  1. Korrady Avatar

    gran bel post questo!

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