Mi sembra sia in “Fast and Furious” #3 o #4, dove i protagonisti “cattivi ma buoni“, dopo aver aiutato le forze di polizia a sterminare (non “sgominare“, non ne prendono uno vivo) la malavita organizzata di Rio, rischiano un arresto e spiegano al poliziotto che le regole di Los Angeles non valgono in Brasile: ecco, mi sembra di aver vissuto la stessa scena, solo con meno armi e inseguimenti sgommanti, per le strade di Port of Spain, Isola di Trinidad.
Che ci faccio qui? Mi guadagno il viatico e disserto non sulla insostenibile leggerezza dell’essere (oggi si cita a raffica), ma sull’opportunità di aprire una branch o una subsidiary in questo posto per conto della azienda che ritiene io sappia fare sto lavoro. Illusi.
Ho volato per una dozzina di ore ieri e ho fatto in tempo a costruirmi il sogno di una amabile discussione con i nostri consulenti in riva al mare, con una sabbia bianca finissima e sensuali fanciulle che mi servivano birre ghiacciate mentre, all’ombra di una palma e con un sottofondo reggae, guardavo un limpido mare caraibico. La realtà, dall’atterraggio in poi, mi ha preso a schiaffi. Sonoramente.
Quasi rimpiango il Mozambique: file di baracche con inferriate e filo spinato dall’aeroporto all’albergo, un cielo plumbeo con nuvoloni che sembrano grossi e profondi come le mie occhiaie, un’area portuale semi-distrutta che confina con l’albergo dove alloggio, sono state le prime immagini che mi hanno accolto.
Oggi intervallo di colazione: ho fatto due passi e un po’ di street-photos per cogliere la quotidianità di questo posto.






Leave a comment