Dunque, vediamo di aggiornarvi un filino sull’ultimo paio di giorni di transumanza planetaria delle mie natiche: in questo momento sono da qualche parte sopra la Russia (direi sulla verticale della bella St.Petersburg), occhio e croce a una dozzina di kilometri di altezza e ho una ragazzotta in cabina (vedi il post “Una donna lo fa posare delicatamente’) che ha fatto ruotare il suo 747-400 sulla pista di Beijing al grido “ragazzi si va a London“.
Ieri mi sono sparato l’ultimo giorno nella gelida Ulanbaator con il programma di una bella raffica di meeting la mattina per poi, nel pomeriggio, farmi scorazzare da Air China fino a Beijing.
Per il breakfast ero in tenuta da combattimento: completo grigio scuro, camicia botton down, cravatta seriosa (ma rossa), scarpe da prima comunione: nascondo mutandoni lunghi anti congelamento e alla bisogna estraggo cappellino e guanti da centomila gavette di ghiaccio.
Ordino e, quando mi arriva il piatto, il cameriere si applica in un accurato studio sulla gravitazione universale dell’uovo fritto: preso da incontenibile fretta mi si avvicina al tavolo e poi pianta una frenata. Ovviamente con l’inerzia si arricchiscono le lavanderie lavasecco: le uova scivolano in aria, lasciando il piatto e utilizzando il bordo per imprimere una traettoria parabolica.
Sembravo Brucee Lee nell’Anno Del Dragone: sono saltato in aria con una spaccata (stavolta non deflagrante come sulla Qatar, leggi qui il post) e, con mirabole fortuna ho evitato che le due uova fritte mi pataccassero le braghe in modo inesorabile, lasciandole atterrare sulla sedia ancora calda.
Il cameriere le ha scrostate dalla sedia e, con lo sguardo, dopo averle ricomposte nel piatto, voleva offrirmele. Non sarà stato fine dirgli (in italiano, con sorriso e cortesia) “se le mangia tua sorella“, ma l’alternativa era strangolarlo.
Arrivato a Beijing alle 19, non ho resistito e mi son fatto una doccia prima di cena, una doccia dopo cena, una doccia appena alzato, una doccia dopo il breakfast e stavo per farmi una doccia dopo le prime due conference calls ma l’auto per laeroporto con a bordo l’allegra brigata di colleghi stava già aspettando. Che forse mi mancasse un bel getto d’acqua calda?
Riflettendoci sopra, la Mongolia mi è piaciuta e mi interessa tornarci anche non solo per lavoro. Popolazione particolare e articolate tradizioni ma, freddo e inquinamento a parte, è un gran bel paese: prossimo giro però d’estate, per cortesia: sull’inverno ho già dato.
Le oltre dieci o del volo di giorno sono interminabili e, considerando poi un tre ore di attesa a Heatrow prima di un paio d’ore di tratta per Milano, penso che quando arriverò a casa sarò bollito come un facocero al green curry.
Ovvio che domani, dopo aver assaggiato i -37 gradi della Mongolia, uscirò in shorts e infradito per pascolare Beria: già le vedo guardarmi torvo per chiedermi “ma dove cazzo sei stato, nel Deserto dei Gobi?”.
Foto di oggi? I cereali al 66esimo piano, nel China Grill a Beijing …


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