Il viaggio per la Mongolia è stato confermato: come al solito comincia la trafila per ottenere un visto e non riesco a capire questa storia di aver bisogno di un patacca sul passaporto per entrare in un paese: comunque mi adeguo e, dopo aver saputo che il corriere ci mette 5 giorni a raggiungere il consolato, decido di avviarmi verso la Val di Susa, verso Bardonecchia.
Scelta strategia di mollare la Mongolia e andare a sciare? No, il Console Onorario della Mongolia in Italia è in un paesino tra Torino e le montagne. Diligentemente prendo appuntamento per il mattino successivo, alle 9:30.
Parto da casa alle 7 per evitare il troiaio di traffico delle tangenziali di Milano, seguo la A4 nel tratto dove hanno fatto economia sulle corsie e ogni sorpasso mi fa sfiorare di pochi amstrong gli altri veicoli e mi pianto, sereno come un pollo che si è seduto sul catrame fresco, nel traffico della tangenziale di Torino.
Raggiungo verso le 9 l’ameno paesino: tanto per darvi un’idea, la fortezza del Deserto dei Tartari in confronto è una shopping mall durante l’ultimo weekend pre-natalizio. Guidato dal fido navigatore (versione contemporanea di badante elettronica), raggiungo l’indirizzo e mi trovo davanti ad un ristorante e pizzeria.
Chiaro, la mappa non è aggiornata? Nah, l’indirizzo corrisponde al millimetro e il navigatore mi fa la linguaccia per la malfidenza. Ovvio, ho sbagliato io a inserire l’indirizzo? Manco per il santo facocero, patrono di tutti gli insaccati: indirizzo correttissimo, come da modulo di richiesta di visto.
Scendo e (vedi foto), trovo una bandiera che a prima vista avevo scambiato per una tifoseria locale e una piccola insegna che dice “Consulate of Mongolia”.
Sono in anticipo e cerco un bar dove farmi un cappuccio e sacrosanta brioche. Dopo un buon quarto d’ora entro in un posto gestito da una gioiosa tipa dell’est che mi fa un buon cappuccio e al momento del pagamento mi chiede 1.25 euro: le ricordo che ho preso anche la brioche e lei, serafica, mi risponde “Stiamo facendo un’offerta speciale per invogliare la gente a venire”. Guardo questo tentativo di marketing, ispirato sicuramente a lodevoli iniziative, ma destinato al certo fallimento, come se guardassi chi si ostina a vendere autovetture non catalittiche.
Torno davanti al consolato e, alle 9:30 come da appuntamento, suono il campanello. Mi apre la cortesissima moglie del Console Onorario, rinomato ristoratore della valle che, grazie a viaggi nella terra di Gengis Khan, ha raggiunto uno stato semidiplomatico. Mi fa accomodare al bar e, in 3 minuti netti mi offre caffè e visto: un mito di efficienza.
Domani parto, passo da London a raccattare un paio di colleghi e vado a Beijin (Pechino): da lí un fantastico volo della Air China mi porta a Ulan Bator, capitale della Mongolia. La temperatura locale oggi è -37: stanotte prevedono -44. Madonna che freddo.


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