La follia che ci porta via cento ragazzi.

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Sono stato ad Oslo tra il 1998 e il 2003 tante di quelle volte che mi è impossibile contarle, poi basta, mai più.

Ricordo la bellezza austera di una città che si insinua nella natura. Ricordo cene alle 17:30 con dolci polpette di quadrupede ruminante e vino servito col contagoccie. Ricordo il Teatren Cafè dove ascoltavo i quartetti d’archi suonare in un’atmosfera surreale. La festa d’estate con la gioia per il sole e per la luce che solo chi si passa un inverno bello lungo e buoi può capire.

I colleghi che d’inverno arrivavano con gli sci da fondo in ufficio e le riunioni che cominciavano alle 7 di mattina. I lunch con 2 crostini con sopra un gamberetto e mezzo bicchiere di latte. Il vizio di avere il battente della porta a terra nell’entrata della camera del Radisson e le 321 volte che ci ho inciampato bestemmiando, prima di ordinare dal room service alle 22 perchè la cena era una merenda per i miei ritmi proto latini.

I fiordi, le case rosse, le foreste di conifere. L’acqua e il merluzzo. Le Lofoten.

Ascoltare le notizie quando succede qualcosa fa parte del mio lavoro, ma non avrei mai pensato di rivolgere l’attenzione sulla Norvegia. Prima l’esplosione, poi alcuni morti poi la tragedia di decine di ragazzi assasinati mentre si divertivano, parlavano di politica e cantavano. Quasi cento persone non ci sono più, sembra per la follia di un solo individuo.

Sono con il vostro dolore. Nessuna foto oggi.

 

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