E poi dicono “che vita eccitante”. ‘Na beata fava!

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Ogni tanto incontro qualche pirla che sostiene io abbia una vita fantastica, fatta di aerei, albergi e luoghi esotici. Poi si fanno 5 giorni con me e vanno in malattia per 6 mesi.

Un esempio di vita del tubo? Certo, eccola subito e vediamo di attualizzarla e circostanziarla al mio volo di ieri sera, da Doha a Dubai.

Arrivo in anticipo all’aeroporto per finire una conference call e litigo, come al solito, col tassista.

70 QAR sono una follia, ti denuncio“. “Per 60 QAR voglio che tu mi porti in macchina fino a Melbourne, comprese le tratte a nuoto e me ne frega un piffero che tu abbia paura anche di lavarti i denti“. “Ok, 50. Ma no-ricevuta = no-money, claro hermano?“. Cazzo, mi costa 800 calorie ogni volta ‘sta storia, peggio che 30 minuti tirati di corsa.

Intorno alle 17 hanno aperto il gate, un banco con alle spalle una scala mobile: ti controllano boarding pass e documento e ti imbuchi a scendere, senza opzioni di far altro visto lo spazio a disposizione e il tipo dietro di te che ti si incolla in coda come una camicia sudata.

Dico, imbarchi un 777, porta oltre 260 passeggeri, avrai un’area di attesa prima di salire sui bus commisurata a questo, vero? Manco per lo stracazzo: 32 metri quadrati, occupati in parte da sedie e condizionati con due apparati paramilitari con lo stesso silenziamento di un uragano di forza 9. Dopo 7 minuti non ci stava manco uno spillo e la discesa di tre baldi giovanotti al cui confronto io sono un efebico mingherlino ha fatto collassare il rapporto uomo/metri cubi di aria respirabile.

I passeggeri che scendevano dalla scala mobile prima erano increduli, poi tentavano disperatamente di risalire ma, incalzati dagli altri che scendevano, si schiantavano in un melting pot collettivo di imprecazioni in 37 idiomi differenti finchè le urla hanno richiamato l’attenzione dei coglionazzi al gate che hanno fermato la scala mobile facendoci defluire sui bus.

La temperatura sulla pista alle 18 era di 49 gradi. L’aereo stava facendo refueling e ci hanno tenuto dentro il bus (unico non condizionato) per 27 minuti. “Is it your intention to fry me like a chicken.” chiedo all’addetto alla rampa: mi risponde “No, I’m vegetarian” e si salva solo perchè non riesco ad allungarmi a sufficienza per strangolarlo.

In ottemperanza all nostre policy viaggio in economy sulle tratte brevi e mi fanno imbarcare dalla porta posteriore: risalire dalla fila 67 all’ 8C che è il mio posto mi ha impegnato peggio di Manolo in free climbing sul “The Sentinel“, famosa parete liscia come una lastra di marmo che apre il parco di Yosemite. Mi sono cosparso le mani di talco e aggrappandomi con figure artistiche, cariche di spalla, colpi d’anca e spostamenti verticali sono arrivato a incastrare il culo nel sedile.

Ho imbarcato la valigia visto che non soper quanto viaggio stavolta e nello zaino ho solo roba delicata. Dopo alcuni minuti arriva un gigante pakistano (gigante tale che io, oltre 1 e 80 per 120 kili sembravo un ragazzino gracile e malnutrito). Viaggia con tanto di quel bagaglio a mano che se si mette un cappello a stella e due luci potrebbe fare l’albero di natale che viene messo in Piazza Duomo a Milano.

Con la delicatezza di un facocero che si lima le unghie comincia a schiacciare il mio zaino per inserire il troiaio di cose che si sta portando dietro. Osservo inizialmente “hey mate, do you mind paying attention? I got fragile stuff in my backpack” per passare poi ad un circostanziato “why don’t you fucking squeeze your ass instead than my things, pirla!”.

Si siede vicino a me una coppia locale con un bambino di pochi mesi. Vengo momentaneamente rapito dalla dolcezza della scena del padre che lo tiene in braccio, dandogli un biberon di latte, per passare poi immediatamente, con scatto felino, a evitare il grandioso conato di vomito a getto che il pargolo lancia. Chiedo “ma chi cazzo è, l’esorcista?“, fortunatamente in italiano per non compromettere le relazioni bilaterali tra i nostri governi e il mio bel work permit nuovo di pacca.

Atterro a Dubai e mi ricordo che la mia tessera e-gate (per entrare velocemente con l’impronta digitale) è scaduta lunedí mattina solo quando vedo una coda epocale al controllo passaporti: mi getto ai piedi del tipo dell’immigration e raccontandogli una storia lacrimosissima sulla mia settimana lo convinco a farmi passare timbtandomi il passaporto, con la promessa di rinnovare domani la card e-gate.

Accendo il telefono che subito si imbizzarrisce. Mi ero completamente dimenticato un’appuntamento a cena per le 21. Banale siano le 22, atterrati in ritardo all’ultimo gate dell’aeroporto, abbiamo dovuto fare una marcia forzata a tappe per arrivare dentro il terminal.

Arrivo in albergo con l’unico obiettivo di una weiss alla spina che servono qui, unico posto nel raggio di 2mila km, per scoprire che a causa della calura estiva hanno deciso di chiudere la Creek Terrazze e mi mi fotto con la birretta ripiegando su un caffè freddo. Tristezza.

Vita della madonna, prendete ‘stre 5 ore ad esempio.

La foto di oggi è l’area di attesa per l’imbarco di cui parlavo sopra: considerate che io ero schiacciato alla parete finale della stanza e qui avevano appena aperto da pochi minuti. Dopo altri 15 minuti è stata la bolgia infernale.

No words, only bestemmmmmmmmm ….

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One response to “E poi dicono “che vita eccitante”. ‘Na beata fava!”

  1. Dario Avatar
    Dario

    Molto realistico ….
    Sembra quasi vero!
    :-))

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