Lo so, stamani sono in ritardo sulla solita pubblicazione alle 7:00am CET (che poi starebbe per Central European Time, il fuso orario dove pago le tasse), ma abbiate comprensione: la giornata di ieri è stata lunghetta e sono collassato a letto intorno alle 22. Stamani, svegliato alle 6, a momenti non mi riconoscevo nello specchio: avevo un aria riposata. Poi ho contestualizzato il fatto di essere in una cella del Marriott di Riyadh (chiamarle camere è offensivo) e ho ripreso immediatamente le occhiaie a sbalzo che sembrano le coltivazione terrazzate di riso in Viet-Nam.
Vediamo di ricostruire qualche immagine delle trascorse 24 ore.
Dopo un’interminabile riunione circondato da uomini che lavorano nell’area finance e che parlavano in SAP-pese stretto, ho abbordato un taxi (si, lo so, perseverare diabolicus, vedi sempre il post Dattero-5 in 3 minuti) e, stranamente senza controindicazioni, ho raggiunto l’ufficio nella Faysalia Foundation Building.
Qui immaginatevi l’ossario ai caduti di Redipuglia, uguale l’uso del marmo, uguale il tappeto rosso che vi fa salire le scale, uguali i militari ai lati, solo che qui imbracciano AK47 con una mano e il telefono cellulare sul quale sono totalmente concentrati con l’altra.
Lo stomaco mi ha ricordato che non stavo mangiando da domenica a pranzo e ho placcato Omar, buon amico e collega jordano-sudanese-danese-americano (ha 7 passaporti e 5 nazionalità, un ossimoro della globalizzazione) e insieme siamo calati da Costa (catena yankee di caffetterie) perché raggiungere il mitico Starbucks a piedi ci avrebbe disidratati nei 400 metri necessari, a 49°c.
Mi tocca darvi una spiegazione sul mercato del lavoro e sull’organizzazione dei processi in questa parte del mondo, altrimenti non comprendete le prossime righe e pensate che mi inventi tutto, mentre invece è un sano (o drammatico) realismo. Portate pazienza un attimo che poi arriva Carosello.
I mestieri “meno complessi” (è bruttissimo dire “più umili” perché in ogni lavoro c’è dignità) sono affidati a manodopera di importazione: pakistani, indiani, filippini rappresentano qui forse il 95% della popolazione che lavora. Le locali leggi sono volte a garantire maggiormente la parte locale/datoriale che non i diritti dei lavoratori. I vincoli di permessi di lavoro e soggiorno sono usati, oltre che ad alimentare un fiorente mercato nero io che definisco “lucrare sullo schiavismo”, come deterrente contrattuale in mansioni dove il salario mensile non raggiunge talvolta i $300. L’efficienza dei processi non è stimolata in un’economia dal costo del lavoro paragonabile allo schiavismo e il livello di servizio viene raggiunto attraverso l’aumento della forza lavoro: tradotto in “banalese”, ci mettono più personale invece che addestrarlo a lavorare meglio.
Torniamo da Costa (la caffetteria). Ordino un Iced-Latte senza ghiaccio e due skim-milk cappuccino, di cui uno take-away e un cioccolate-twister (sorta di brioche) non scaldato.
Panico nell’addetto. Ordine non standard + 4 differenti articoli + tizio grosso e pelato con accento yankee = panico duro. Colgo quasi il terrore nel tipo (filippino, mi conferma anche la targhetta del nome): si vede già deportato in catene dal suo capo/padrone locale.
Già lo spiegare un “Latte Ghiacciato” senza ghiaccio ci porta via qualche minuto. Fare una relazione sulla fisica dei quanti sarebbe stato più facile. L’affrontare i due cappucci con latte scremato, uno dei quali nelle coppette da portar via, è una sudata. Quando mette la brioches a scaldare, imperturbabile malgrado i miei “no”, succede il cataclisma. Omar, fino a quel momento impiegato a spiegarmi il deal che stiamo negoziando (che, devo ammettere, ha delle complessità quasi comiche ma, purtroppo per insider trading e confidentiality, manco posso dirvi di che pianeta tratta) si risveglia e, devastando il fragilissimo rapporto fiduciario che avevo istaurato con il tipo filippino della caffetteria, pronuncia il fatidico “Oh, ma che, ci diamo una mossa o devo lamentarmi col capo”.
È il contrario del big-bang cosmico. Si ferma tutto. La faccio breve: 12 minuti di attesa per avere un bicchiere di ghiaccio con dentro un goccio di latte, due frappè alla pera scremata e una brioche carbonizzata da portar via. Un disastro epocale per le mie papille gustative.
Tardo pomeriggio, leggo sul Corriere i risultati delle votazioni. Milano, Napoli, Cagliari, Trieste. Potrei essere stato quel pescatore citato da De Andrè “… e aveva un solco lungo il viso, come una sorta di sorriso ..”.
Lungi da me l’esternare in modo tracotante una qualsivoglia soddisfazione politica per un bel venticello di cambiamento che sembra si sia sollevato, e che speriamo diventi bora, phon, tifone, uragano e quant’altro.
Mi sono semplicemente messo a cantare “Oh Bella Ciao” per le strade di Riyadh.
Nota di costume: il bolg ha superato le 3mila visite. Grazie a tutti quelli che lo leggono. è divertente sapere, scrivendolo, che qualcuno persiste. Seconda nota: mi son trovato citato su Facebook dall’amico Carmine: grazie anche a lui per la stima. Prossima volta che ci si vede al rientro da Kabul ti offro una birra.
Son di fretta, la pianto qui. Una sola immagine scattata al volo dalla macchina ieri.


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