Nel post di ieri vi siete svirgolati una balla passata culturale sulla Namibia ma oggi, come promesso, vi tocca doppia dose, complice anche il fatto che ho passato il 60% della giornata in una sala riunioni e il rimanente 40% dentro il Parlamento Europeo, ma nessuna delle due esperienze ha lasciato tracce degne di nota o di condivisione.
Mi tocca quindi intrattenervi, facendo un bel passo indietro di oltre 2mila anni, a quando il Giulio (Gaio Giulio Cesare agli atti della nascita), prima di finire come un puntaspilli durante le Idi di Marzo e pronunciare il fatidico “Oh cazzo, quoque tu Bruto, gran figlio di ‘na zocxxxx” che poi è stato traslato in modo più politically correct durante l’orazione di Marc’Antonio, è venuto da queste parti a campeggiare e a farsi qualche buona pinta di birra.
Il Giulio Cesare era un gran simpaticone, accanito blogger anche lui, ci ha lasciato un bel po’ di cronache di quel combinava: e queste cronache ce le siamo tradotte negli anni del liceo con somma soddisfazione perché scriveva in un facile latino che ti esentava da esperienze drammatiche come quelle di prendere un 4. Solo alcuni sparuti irriducibili riuscivano a interpretare “Gallia divisa est in partes tres” con “L’abbigliamento della gallina è composto da tre drappi”, ma stiamo parlando di gente in pesante acido.
Il diario della scampagnata che si era fatto da queste parti, portandosi dietro quattro amici, 5 legioni, 120 centurie, è raccontato in modo abbastanza dettagliato nel “De Bello Gallico”. Chiariamo subito che, malgrado la minuziosità della descrizione, non è un libro storico ma, grazie ai tratti autobiografici e alle citazioni su usi, costumi, luoghi e personaggi, un testo che ci offre un fantastico spaccato di cosa fosse la vita tra il 58 e il 50 aC. Non fatemi i pirla qui: non ho fatto un errore ed evitate di commentare “50-58, bevi di meno”: qui stiamo parlando di “ante-Christo”, quindi precisamente di 2.069 anni orsono.
Similmente a quanto fanno alcuni nostri politici, per darsi una patina di oggettività, il nostro Giulio scrisse di sé in terza persona. Questo, a mio avviso rendeva un filino comica la dettatura ai propri estensori (schiavi scriba, l’antico mestiere della segretaria odierna): me lo immagino un dialogo di questo genere:
[Cesare] “E lui comandò che le legioni si schierassero, coprendosi con gli scudi”
[scriba] “Lui chi, scusi”
[Cesare] “Lui io, il grande condottiero, Cesare”
[scriba] “Senta, augusto, non vorrei mancarle di rispetto, io sono e rimango uno schiavo che ha studiato presso la biblioteca di Alessandria, ma qui sta storia dei pronomi personali bisogna chiarirla. Il mio collega di dettatura accusa una personalità dissociata dopo i primi 3 libri che ci ha fatto scrivere ed è in analisi. Diamoci un taglio, usiamo ‘io’ e basta”
[Cesare] “Lui ti condanna alla crocifissione, schiavo insolente”
[scriba] “Ma lui chi, cazzo di un pirla! Mi fai sclerare, romanaccio gnurant: aspetta che arriva la Lega tra duemila anni e ti faccio trasferire anche l’Ara Pacis nelle valli della Brianza. Roma Ladrona!”
Torniamo sul seminato. In Belgio (una delle tre parti nelle quali il Giulio divideva la Gallia-Francia) viveva la tribù degli Eburoni, governati dal due loro principi, Ambiorige e Catuvolco, e giuro che non sono nomi di fantasia ma retaggi di una solida cultura che una volta possedevo. Nel 54aC, il Cesare incrementò la percentuale di grano sottratto alle popolazioni locali per garantire alle forze occupanti (le legioni romane) una fornitura atta alle loro esigenze. Complice un raccolto particolarmente povero, questo innescò una serie di risentiti casini e gli Eburoni attaccarono un gruppo di Romani che facevano legna massacrandoli.
Il buon Ambiorge era uno con un pelazzo sullo stomaco che poteva far pubblicità ad Annabella Pelliccerie: andò dai due proconsoli che governavano l’area, Quinto Titurio Sabino e Lucio Aurunculeio Cotta (come uno fa a chiamarsi Aruncu-sa-dio-che e a non cambiarsi nome non chiedetemelo) e, ingannandoli su una pretesa prossima invasione delle cazzutissime tribù germaniche, suggerì loro di spostare i loro uomini in un altro accampamento. Sembrava Moggi che aggiustava arbitraggi e campionati insomma.
Mentre il Quinto Sabino ci cascò subito, il Cotta ci vedeva un po’ del losco, ma quando Quinto gli disse “Huè, fa minga il pirla che qui ci brasano i pall, Cotta dell’ostrega”, decisero di comune accordo di uscire con tutti i loro uomini e di venire regolarmente massacrati da quel gran volpone di Ambiorge.
Al Gaio Giulio gli girarono i coglioni a mille e, per sostenere il mito dell’invincibilità delle sue legioni ed evitare che altri pensassero di fare pirlate simili, non fece altro che massacrare tutte le tribù belgiche, facendo una tabula rasa al cui confronto gli scontri nelle paludi del Tigri tra Iraq e Iran sono state delle scampagnate tra boyscout. Pare che l’Ambiorige se la sia filata al di là del Reno e che di lui non si sia più saputo nulla.
All’incirca 1800 anni dopo è stato riscoperto sto furbone di eroe locale e celebrato più meno come qualcuno fa a Pontida con Alberto da Giussano, ma non è mia intenzione entrare i polemiche politiche. Eh eh.
Ve l’avevo detto che mi avrei massacrato oggi con una sbrodolata di cultura ma spero che, banalizzandola un po’ e aggiungendo un contesto linguistico più contemporaneo, anche la storia antica possa essere fonte di distrazione e di qualche risata.
Visto che duemila anni fà non esisteva la fotografia digitale e, come ho detto sopra, la mia giornata è passata da una riunione dove non c’era nulla da fotografare and un’altra dove fotografare invece il nulla, vi lascio con un’immagine della pellicola “Giulio Cesare” (1953) dove il ruolo di Marcantonio è interpretato da quel mito che è stato il Marlon Brando. Sono andato a pescare su youtube la sua orazione funebre per la morte di Cesare: sentitevela in originale (inglese) per capire perchè sia stato uno dei più grandi attori che abbiamo mai avuto la fortuna di avere.
Sicelides musae paulo maiora canamus adesso: domani post più contemporaneo, prometto.

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