L’uovo cosmico e Frank Zappa.

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Nello stesso istante nel quale il carrello posteriore del volo che mi sta scarrozzando fino a Bruxelles lascia la pista di Linate, clikko sul play del fido iphone. Fido una cippamerla di minchia, visto che alla fine ho abbandonato nuovo e intonso il settimo 3Gs che mi è stato sostituito da Apple per orientarmi sul 4 che uso già per la linea di UAE, modello più “heavvy duty” per le mie esigenze di road runner.

Rimaniamo in tema heavvy, ma qui di metal si parla: la colonna sonora per i 710 kilometri di volo sono i Wolfmother, gruppo rock australiano che con il loro Cosmic Egg mi fanno rivivere quasi i fasti dei Led Zeppelin. Lo ammetto, gusti pesi talvolta, ma riesco a far convivere diverse anime musicali: ascolto con piacere il piano di Einaudi e venero il rock di Neil Young, vengo da una forte passione per il jazz in tutte le sue espressioni, ma anche qualche “easy listening” di recente realizzazione come Adele o Duffy non mi dispiace.

La passione per la musica è qualcosa che mi segue da sempre: una volta, da ragazzino liceale romantico, pensavo addirittura potesse diventare una professione. Tenevo una rubrica sul free jazz su Canale 96 (emittente politicamente schierata in un’area dove il rosso diventava amaranto) e poi, per qualche anno, una trasmissione il sabato sera su Radio Popolare che si intitolava “Concerti dal Vivo”. A ripensarci oggi, avete mai visto un concerto in studio o non dal vivo? Mah, non chiediamoci dove fosse la mia coerenza oltre trent’anni fà.

Per qualche anno ho ascoltato chiunque si esibisse in Europa, con trasferte che sembravano epocali egide confronate con il modo di spostarmi che adopero oggi. Ricordo pellegrinaggi a Londra per ascoltare i Pink Floyd presentare “Wish You Were Here” o a Zurigo per sentire il grande maestro Frank Zappa, intervistato poi alla fine dell’esibizione. Ho molti memorabilia dei concerti-messe di Sun Ra e canticchio ancora oggi “Space is the place”.

Mentre sono assorto nel farmi i cazzi miei, la passeggera accanto mi offre una mentina: la squisita gentilezza mi disorienta. Non sono più abituato ad un normale rapporto umano di cortesia: l’ultima mentina che mi hanno offerto è stato un cocktail di droghe sintetiche al “Cuba Libre” di Mosca e ho gentilmente declinato quello che prometteva di farmi vedere i cavalli dei cosacchi abbeverarsi sul Naviglio della Martesana, in un contesto di euforia cromatica.

La chiacchierata che segue è piacevolissima e mi fa passare in un attimo l’ora e mezza di volo. È sorpesa ancora quando ci scambiamo i biglietti da visita e scopro che Patrizia lavora come redattrice in una rivista di difesa dei consumatori di cui sono abbonato storico. I casi della vita ogni tanto non sono casi affatto.

Atterro e mi ricordo che l’ultima volta che sono stato in questo aeroporto ho imprecato contro chi l’ha disegnato per la totale inefficienza dei percorsi e la distanza dell’uscita. L’architetto ha nuovamente i miei auguri per una dissenteria storica che lo lasci inchiodato sulla tazza del cesso per un decennio. Faccio una pausa pipí e sono disorientato dalla presenza di schermi lcd incastonati all’interno delle porte dei cessi: nel momento del sublime sforzo scatologico potete essere benedetti da una pubblicità che vi ricorda l’importanza del giusto dentifricio nell’igiene orale. Ma vaffanculo e lasciami cacare in pace mi scapperebbe da dire.

Finalmente esco e raccatto un taxi. Lo ammetto, il mio francese non è un po’ arrugginito: ha subito un processo di ossidazione al cui confronto le navi sulla skeleton coast della Namibia sono di un acciaio splendente e griffato Alessi. No, per stavolta vi risparmio il bidet culturale sulla Namibia, ma domani doppia dose, chiaro?

Il dialogo che segue riporta quasi fedelmente la mia parte di scambio avuto col tassista nel percorso dall’aeroporto all’albergo. Mi scuso con gli esteti francofoni ma accenti, dittonghi, elieson (come cazzo si scrive) o altro si son persi in un approccio molto più maccheronico. Chi invece sostiene che io abbia dei problemi con la categoria dei tassisti (vedi post “Dattero-5 in 3 minuti“) se ne vada cordialmente al diavolo. Quello che il conduttore fiammingo mi rispondeva potete intuirlo nella fantasia della ricostruzione.

Bonjour, je vais all’hotel Crown Plaza”. “Che minch je ne sais che gh’en son più che vun, attandè tranquil come un beuf che je guard sur l’ipad, per dieu”. “Il est quel che g’ha vicin el giardin et pas lontan la stazion de le chemin de fer che la fa ciuf-ciuf”.

“Sil’vous plais e ancha se non te pias per gnent, poutet vous cavar quel cass de pied de l’acceleratur. Je voudres mai de sciantarm ici en la terra della leffe. Amis, gho el cul stret aussi com un’uitre, si, un’ostric, fv pian o te massi”.

“Vitte un bel par de cuglion, ti te va tranquil”. “Ecute moi, pouvet vous accender anche l’air condittionè che son qui che sudo comme un chevron?”. “Si, ho vist anca mi che sun arrivà, ma sto sfilando le unghiett dal sedil ou je l’è conficchet per la tua guida du pen”.

Faccio il check-in che rido da solo come un pirla ripensando ai miei strafalcioni linquistici. Voglio conoscere chi ha scelto la moquette dei corridoi, vi allego un’immagine sotto e non mi chiederete il perchè.

Stamani sono uscito agghindato come un albero di natale: borsa della palestra, sacca per il vestito, trolley, zaino da lavoro con computer ed elettronica assortita. In mattinata ho fatto vari travasi: roba sporca, scarpe da running, cravatte, roba da toilette, etc per essere in grado di sopravvivere i due giorni in trasferta senza farmi mancare nulla nel minimalismo del mio bagaglio a mano.

Sto lavandomi i denti con un dito puciato nella busta di shampoo dell’albergo. Faccio le bolle mentre starnutisco. Il primo che ride lo porto con me in Kazakhstan.

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