06:32am, Lascio il Creek e svolto a sinistra verso il Garoud Bridge. Come al solito vengo investito dall’onda del traffico e l’immissione sulle 6 corsie equivale a conquistare Iwo Shima, solo con un corpo a corpo con un indiano che guida una Yaris 3-volumi (mai viste in Italia, qui hanno un mercato della madonna) riesco a stabilizzarmi nel flusso.
La temperatura esterna ha già superato i 42°c e il selettore del condizionatore in auto è portato sul “blu-neve”: dopo pochi minuti un pinguino mi si materializza sul cruscotto e, indossando un maglione di tweed a collo alto, mi apostrofa “ma vuoi congelarti le palle?”. La cravatta, a causa del forte flusso delle bocchette, che prima svolazzava dietro il sedile, si è irrigidita in una innaturale posizione perpendicolare alle mie spalle.
Imbocco il canyon di torri che parte dal World Trade Center e sintonizzo la radio su “Dubai92”: è on-air una sorta di microfono aperto sul traffico, tanto per cambiare. Una babele di accenti vengono chiamati ad usare una sola parola per definire la loro frustrazione nel partecipare a creare la più ampia carbon-foot-print del mondo. Shandran, dall’India, si accontenta di un banale “congestionato” solo che lo speaker deve farglielo ripetere 4 volte prima di capirlo e poi si abbandona ad un commento veramente poco politically correct e gli chiede di non scuotere la testa mentre lo pronuncia. Ellen, dallo UK con un accento che la posiziona a Manchester, si distingue con un “puzzolente”: incalzata se sia puzzolente come un formaggio stilton o come un paio di piedi rinchiusi in stivali per una giornata, ride come richiesto dalla regia e conferma che l’odore è più simile a quello degli alluci.
06:51am il Burji Khalifa e la Dubai Mall mi sfilano sulla sinistra, tracciati dalla presenza della Dubai Metro che serpenteggia in aria su qualche decina di migliaio di tonnellate di calcestruzzo che son servite a costruire la sua settantina di km di lunghezza.
“Part Time Lover” di Steve Wonder accompagna il Al Safa Park che rimane sulla destra: quando vivevo qui a Jumeira, nella villa lasciata dal mio predecessore che aveva combinato una cazzata e se ne stava andando verso un’altra professione, venivo a correre la sera intorno al parco con una manipolo di runners che scommettevano sul tempo di percorrenza. Divertenti gare: non vinceva chi arrivava primo ma chi indovinava in anticipo il tempo esatto con il quale avrebbe percorso il giro, con la regola di mantenere un’andatura costante. Ho interrotto gli allenamenti quando, in una sera di Luglio, la temperatura era di 51°c e il cinturino dell’orologio mi si è liquefatto. Le suole delle Mitzuno che usavo all’epoca sembravano delle gomme slick dopo 3 giri di qualifica.
07:10am La pista da sci nel deserto è una follia consapevole, gran botta di marketing regionale ma il tentativo di attrarre clienti sul retail si è velocemente esaurito, complice sia l’inflazione di iniziative, sia il “pop” della bolla speculativa che ha messo l’emirato nei guai (e c’è ancora). La cosa più allucinante non è la pista da sci, ma il Cafè St.Moriz all’ingresso, che, ricreando un ambiente da chalet di montagna, ti fa vedere 4 schermi al plasma dentro un caminetto che trasmettono un bel fuoco a legna. I camerieri indossano berretti di lana e sciarpe come se fossimo proprio in un rifugio di montagna. Che non si chiamino “Heidi” o “Franz” ma “Angelita” o “Brian” e siano Manila più che sotto le pendici delle Dolomiti, è un trascurabile dettaglio.
07:17am attraverso la gramigna di torri che compone l’area di Dubai Marina e JBR. Qui il panorama che mi ricordo vedevo dal mio appartamento nella Murjan Tower è completamente stravolto. Nello spazio di 6 anni penso siano state costruite 250 torri di almeno 50 piani ciascuna, in uno spazio di 3km di spiaggia. Adesso viene giudicato il posto più “cool” dove passare le serate, bivaccando di locale in locale, di ristorante in ristorante, fingendo che la vita sia bella così: un vuoto pneumatico riempito da drinks, dj e affannosa ricerca di essere nella tendenza giusta: sapete che il mio livello di socialità, già basso, si sta azzerando, non chiedetemi quindi altro. “Posto da pirla” potrebbe esser il mio conciso commento.
07:24am supero l’area di Jebel Ali (la “Montagna di Alì”, così chiamata per una collina che raggiunge i 43 metri sul livello del mare), con la sua area di logistica integrata (“integrata con la schiavitù” dicono i più attenti critici sull’utilizzo della mano d’opera del subcontinente indiano da parte dell’economia locale) e comincia la noia del deserto per una ottantina di kilometri. Noia interrotta solo dal coglione kamikaze che, con un SUV grosso come un autotreno, mi arriva dietro a fari spianati, franando a due amstrong dal mio paraurti. Se solo una parte delle micosi che gli ho augurato si concretizzassero nelle parti più intime del suo corpo, passerebbe l’eternità a grattarsi.
[continua]
Immagine di oggi: le Emirates Towers (Dubai) sono due spettacolari grattacieli costruiti alla fine degli anni ’90. Quando sono passato di qui, nel 1999, il mio ufficio era nella torre di sinistra.


Leave a comment